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lunedì 14 ottobre 2013

Un monologo teatrale per Mia Martini. Intervista ad Erika Urban



A Mia Martini è dedicato uno spettacolo Ultima notte Mia, tratto da un monologo di Aldo Nove, diretto dal regista Michele De Vita Conti e con protagonista Erika Urban che impersona Mia Martini. Il trucco e le luci contribuisco a evidenziare i tratti somatici che la Urban ha in comune con Mimì. Ecco l'intervista nella quale l'attrice parla di questa esperienza e naturalmente di Mia Martini.
 

Mia Martini  è una delle pochissime artiste che ancora oggi riescono a scuotere profondamente, come se non fosse mai morta; la voce di un’attrice come si confronta con quella di una grande cantante? Bruno Lauzi la paragonò a Barbra Streisand.
In realtà, come hai visto, nello spettacolo non intono neanche una nota perché col regista abbiamo deciso che non avrebbe senso il confronto, anche la più brava cantate italiana odierna non arriverebbe a quei livelli; quello che cerco di fare io, come lei usava la voce per esprimere e trasmettere le emozioni, io uso la mia voce per cercare di trasmettere quelle che potevano essere le sue emozioni. Usiamo la voce in due modi diversi, non c’è alcun confronto, assolutamente.


Cosa impari da una persona che usa la voce in modo diverso, con questa portata?
Io mi sono proprio immersa in lei, nella sua musica, le sue interviste, cercando di leggere anche un po’ la sua vita, attraverso, poi, le parole di Aldo Nove, che sono molto belle e che aiutano molto a tirare fuori le emozioni, questo percepire attraverso le vibrazioni della sua voce quello che poteva essere la vibrazione interna, i suoi sentimenti. Conoscendo un po’ la sua storia e pensando a lei come a una vera artista, con tutti i lati positivi e negativi di questa  cosa, una persona  senza  pelle, completamente permeabile, prendeva tutto e dava tutto. Ricevendo tutto riceveva anche molto male e molte persone si sono approfittate, se  vogliamo dire questa parola.



Nella pièce voi dite: tutto il mondo canta e le canzoni te lo fanno ascoltare. Lei sicuramente non era l’unica ad avere un rapporto così intimo con temi così alti come la musica, l’arte, eppure nel suo stesso ambiente si  è alimentata questa maldicenza assurda: come è possibile che chi è cantautore, fa cultura  apprezzato e riconosciuto eccetera si ritrovi in una situazione così grottesca, in un ambiente in cui dovrebbero prevalere la cultura, l’apertura mentale, la ricerca?
Guarda, a me vien da dire che un po’ l’Italia è un paese ancora molto superstizioso.


Ma tu dici che potrebbe succedere ancora oggi?
Ma certo: ci sono ancora oggi delle persone che non vengono nominate nel nostro ambiente. È ancora  così. Ancora adesso è pieno di persone che vanno a farsi le carte, che credono in queste cose, la fortuna, la sfortuna. E poi soprattutto perché lei era brava e quindi lei apriva la via a tante invidie, come dice il testo: “se uno veramente non ce l’ha il talento, come ti posso distruggere?” Così, dicendo che porti sfortuna, non ho altre armi. Però questa cosa è un’arma tremenda perché veramente può uccidere.

Voi cominciate dal momento della morte, avete allestito praticamente una camera ardente, in qualche modo. E poi il monologo, che è una specie di dialogo con lo spettatore: io ho percepito quest’attenzione, come se fossero tutti insieme a te, è quasi un ponte tra noi e lei, forse anche grazie a questo immenso suo carisma che aveva, nonostante fosse una abbastanza schiva. Quanto il suo fascino ancora così presente sta aiutando questo spettacolo?
Sicuramente  tantissimo, tantissimo. Perché  lei non se n’è mai andata. Non solo le sue canzoni, lei è sempre stata amata dal pubblico.

Ma non solo dal pubblico però.
Tantissimo più dal pubblico che dagli addetti  ai lavori. Comunque c‘è sempre stata questa cosa strana, non lo so perché forse perché aveva tanto talento e quindi veniva un po’allontanata. Quello che cerchiamo di fare noi, come dice il regista, è una specie di “woodoo teatrale”: siamo come dei medium e cerchiamo di dare  voce perché poi, in fondo, la sua vera storia non è che si conosca poi così tanto. Questa è una parte di  vita sua, si conoscono le sue canzoni, si sa che lei aveva questa nomea  ma non veramente come è nata, proprio  con questi episodi STUPIDI.
 
 Era troppo brava per essere italiana. Non esiste ancora oggi un fenomeno culturale massificato di  riferimento come è avvenuto in altri paesi, non è come è avvenuto col cinema.
Un po’ l’italiano non è così musicale come altre lingue
È rimasto un po’ nell’opera.
Sì più che altro sì, il bel canto che voleva il papà di Mia Martini: avrebbe preferito il canto lirico; quello è  rimasto come riferimento dell’Italia. Lei comunque avrebbe avuto la possibilità di diventare  una cantante internazionale quando Charles Aznavour la invitò all’Olympia di Parigi, poi lei per amore è tornata.
Sempre nel  testo voi dite: per molti la bravura degli altri è un’offesa personale perché se il talento non ce l’hai cerchi di distruggere l’altra persona. Poi parlate anche di prezzo da pagare per vivere il proprio talento, prezzo che paga l’artista. Chi è che decide questo prezzo? Chi ci guadagna? E ci si guadagna davvero a distruggere e a perdere un’artista?
Bisogna tenere conto che Mia Martini era molto sensibile ma era anche molto conscia del proprio talento e lottava con i denti e con le unghie per la sua indipendenza, quindi ha dato molto filo da torcere a quasi tutte le case discografiche con cui ha lavorato perché voleva lavorare come voleva lei, cantare le canzoni che voleva lei, scriverle come voleva lei. Ha pagato anche in questo senso il prezzo del talento e dell’indipendenza e le persone troppo indipendenti  danno un po’ fastidio, soprattutto se sono donne,  spesso. Secondo me è stato un po’ questo: lei è sempre stata una molto pura e compromessi non li ha mai  amati.
 

domenica 13 ottobre 2013

Mia Martini: un’artista per niente difficile. Intervista a Shel Shapiro di Andrea Lo Vecchio


 
Alto, magro, barba e capelli alla Rasputin, Shel Shapiro è uno dei personaggi più completi del panorama della musica leggera italiana ed un tuffo nel passato. I Rokes prima, dei quali era l’indiscusso ‘leader’ e gli anni passati a scrivere canzoni insieme a me, quasi tutti successi poi. Mi si ripresenta con la sua aria un po’ magica nella sua villa stile hollywoodiano con tanto di piscina e tutto il resto. Un po’ di ricordi e poi la prima domanda.

D. Shel, tu hai una particolarità: hai lavorato con quasi tutte le prime donne della canzone italiana da Mina, alla Vanoni, alla Carrà e buon ultima in ordine di tempo Mia Martini. Che differenza passa fra tutte queste prime donne?
R. Secondo me, la differenza fondamentale è una differenza di mentalità; Mina e Ornella, non posso parlare specificatamente di Raffaella perché era troppo tempo fa come tu ben sai visto l’abbiamo fatto insieme, si sono inserite in un mercato difficilmente definibile perché non cercano una situazione contemporanea di suono; oggi come oggi, secondo me, soddisfano la loro clientela abituale senza fare niente per aumentarla o tenerla aggiornata o portare avanti  un discorso con i giovani. Mimì, invece, pur essendo sul mercato da dodici anni, sicuramente, con il lavoro che stiamo facendo insieme, fa un tentativo indirizzato al mercato discografico corrente. Questa è secondo me la differenza fondamentale, cercando, chiaramente di non perdere in qualità.

D. Nell’articolo che ho scritto, dico che Mimì è forse, con Mina, l’artista più completa nel panorama della musica leggera italiana, di lei apprezzo molto il suo timbro vocale e il suo modo di parlare, sei d’accordo con me?
R. Sì, lo sono senz’altro. Ti racconto che, per esempio, mentre stavamo finendo l’ultimo disco di Mimì, una sera è venuta in sala di registrazione Mina, proprio per sentire il lavoro appena terminato e le è piaciuto moltissimo, in fondo credo che uno dei primi fans di Mimì sia proprio lei.


D. E l’idea di farle cantare insieme?
R. Potrebbe anche essere interessante! Dal punto di vista di un produttore non è difficile da effettuarsi; diventa difficile magari per una scelta di materiale e di indirizzo.

D. Come mai, secondo te, che ora lavori anche in America e Inghilterra, grossi personaggi come Paul Mc Cartney e Stevie Wonder per esempio, riescono a fare dischi insieme mentre in Italia è molto difficile mettere insieme due personaggi di grosso calibro?
R. Prima perché stai nominando dei giganti, diversi, ma con una identica matrice culturale, cioè il rock, uno con una faccia nera l’altro bianca, ma tra i più grandi degli ultimi vent’anni. Teniamo comunque presente che un prodotto simile ha richiesto diciotto mesi di lavoro con conseguenti costi che possono essere assorbiti da un mercato che rappresenti potenzialmente milioni di L.P., non certamente il nostro mercato che tutto sommato si limita ad alcune centinaia di migliaia di copie.

D. Parliamo un attimo di Shel Shapiro che è passato da autore a produttore. E’ una mentalità diversa o ti trovi come prima?
R. Fondamentalmente non è cambiato molto, penso di essere soprattutto artista come prima; è diverso, a parte la situazione musicale che eravamo abituati a gestire e tu ne sai molto di questo perché lo facevamo insieme, il produttore deve gestire anche la situazione psicologica dell’artista, i  musicisti, la casa discografica e i collaboratori.


D. Vorrei farti una domanda un po’ cattivella! Tu con i Rokes avete spopolato qualche anno fa, il fatto di essere produttore è per te una continuazione dell’essere Rokes; cioè ti da modo di continuare il tuo essere interprete oppure no?
R. In parte sicuramente. Ho fatto un test psicologico sull’Espresso. ‘Narciso’ mi hanno detto e ‘anche oppressivo’! (Grossa risata) No, io penso che questa componente c’è senz’altro, cioè come produttore voglio essere la prima donna, ma io credo che tutti noi, nel nostro campo, vogliamo essere le prime donne. E’ assurdo non cercare di farlo.

D. Com’è Mimì al di fuori della sala di registrazione?
R. Devo dire che sia fuori che dentro, per quanto mi riguarda, è fantastica. Ho un rapporto bellissimo, tranquillo, anche se mi avevano detto che era un’artista molto difficile con cui lavorare. Non ho avuto alcuna difficoltà. E’ stato un rapporto di piena comprensione sul piano umano e musicale, il che è abbastanza raro.

D. Nel mio articolo ho scritto che forse Mimì non ha una personalità spiccata artisticamente perché si è sempre appoggiata a questo o a quello finendo per essere una emanazione; dicevo anche che forse l’unica soluzione per diventare grande quanto Mina anche agli occhi del pubblico, era quella di trovare un produttore che sviluppasse le sue vere capacità. Pensi che con te l’abbia trovato?
R. Credo che chiunque senta i nuovi dischi capisca che Mimì è in una nuova fase musicale; una fase molto più completa, serena, consapevole delle proprie forze e delle proprie capacità. Oggi come oggi non è più una cantante brava, è una cantante forte, il che è molto diverso. Si è sempre detto Ah come è brava!, la voce pura; io ho cercato di farle perdere la tecnica e di guadagnare in comunicazione a livello umano. Mimì adesso è più consapevole di dove sta la sua vera forza; in parte vocale, in parte la capacità di scrivere musica, testi, anche se nei dischi, necessariamente, il materiale non può essere tutto suo. Non è più l’oggetto di qualcuno, è l’oggetto di se stessa.

martedì 8 ottobre 2013

Io e Mia Martini di Andrea Lo Vecchio


 
Sipario – Il sipario si alza su una delle voci più belle del panorama della musica leggera italiana ed indubbiamente una delle artiste più sfortunate che abbiano calcato la scena.
Altalena – Una continua altalena fra successo e silenzio, luci ed ombre, momenti esaltanti e no.

Ricordo – Ricordo di una certa Mimì Bertè partita tanti anni fa, e sicura promessa della canzone.

Ecco, promessa – Promessa Mimì lo è sempre stata, senza riuscire a decollare mai stabilmente come indubbiamente le sue qualità avrebbero meritato. Perché? Analisi e scoperta – Credo di sapere perché!
 
Mimì, in arte Mia Martini, è un talento naturale: lavorare con lei è un piacere quanto lo è con Mina, ad esempio, ma, al contrario di Mina, Mimì si è sempre lasciata usare. E’ sempre l’espressione di qualcun altro. Non ha mai trovato nessun produttore che si sia messo al servizio delle sue qualità sfruttandole nel modo più giusto, variandole, facendole risaltare per quel che erano, raggiungendo l’emotività che è in grado di raggiungere. La lunga mano di qualcun altro, dicevamo.
 
Prima Baldan Bembo, autore eccelso, e poi gente con una personalità troppo spiccata, musicalmente parlando, per lasciare spazio all’artista: e così Mimì è sempre chiusa in un vestito che è di altri, che lei indossa splendidamente ma che sempre di altri è, lasciandoti dentro questo senso vago di incompiuto
.
 
Riesce a vendere o a non vendere a seconda che il pezzo sia buono o non buono, nessuno mette in dubbio le sue qualità, ma non riesce a stabilizzarsi nel posto che meriterebbe, all’altezza di Mina, Ornella, Celentano e gli altri che dai vertici non si allontanano. Mancanza di personalità? Non credo – Mimì è una donna dolcissima, anche lei leggermente timida, intelligente, colta, con un mondo interiore vastissimo che, a malapena, scopri nei suoi testi, quelli che scrive lei; quasi una sorta di pudore le impedisce di esprimersi fino in fondo, creando immagini poetiche a mascherare una realtà che è solo sua, le appartiene di diritto.
E’ in fondo poetessa e, come tutti i poeti, manca di senso pratico, di quel pizzico di pazzia necessario a chi vive sotto le luci dei riflettori.
Poeta: essere poeta è un modo di vivere, di filtrare le cose ed i sentimenti, è un accostarsi alla vita in modo interiore, pagando sempre in prima persona. Poeta è essere un po’ fuori tempo e fuori luogo sempre, è non essere mai al centro del problema.
Ecco, forse Mia Martini non sa di essere poeta, non ne ha la piena coscienza e, volta per volta, si affida ad una forte personalità musicale che le consenta di mantenere intatto e segreto il suo mondo interiore che la non coscienza tiene nascosto in una specie di limbo da dove uscire è difficile. Mimì dovrebbe forse trovare qualcuno che l’aiuti, l’assecondi, non le permetta di affidarsi pienamente e la conduca verso una maturazione piena che le consenta di raggiungere quelle vette, non solo vocali, che indubbiamente meriterebbe.
Non dunque mancanza di personalità, bensì poca motivazione ad esternarla e poi, forse, e qui vado ad azzeccare, un bisogno di continuità nel rapporto con il padre.
Flash-back – Una festa a casa di amici comuni, una delle poche alle quali vado. Odio le feste, questa passerella di gente che a malapena si conosce e finge di essere amica, spettegolando su questo e su quello, tirando tardi tra un bicchiere di qualcosa e un piatto di insalata russa (quasi sempre sono cene fredde!).
Difficilmente riesci a comunicare con qualcuno, sempre interrotto da qualcun altro che non c’entra con il discorso, difficilmente riesci a non parlare del tuo lavoro, di quello che stai facendo o preparando, della canzone che ti ha cantato Mina o della sigla di un cartone animato che qualcuno ha immancabilmente visto per caso su di una stazione televisiva privata.
E si tira avanti, mentre c’è sempre qualcuno che nota che questa volta quello lì non è stato invitato, che quell’altro erano quasi sei mesi che non si vedeva in giro, intrecciando una serie di congetture sui rapporti dei padroni di casa con il prossimo, rapporti di lavoro, di amicizia, di interesse, finché verso l’una o due di notte qualcuno non pronuncia la fatidica frase: Scusate, devo andare, domani mattina ho un impegno importante….
 
Tornando a Mimì, dicevamo che ci siamo incontrati recentemente a una di queste escursioni notturne. Stava lì nel suo angolo, con in braccio l’immancabile cagnolino a parlare del più e del meno. Mi sono avvicinato, dopo un po’, lasciando mia moglie a dialogare con qualcuno che aveva vissuto un paio d’anni negli States senza capirci assolutamente nulla, da come ne descriveva la vita. Mimì stava leggendo il testo che aveva scritto per una sua canzone ad un signore dall’aria simpatica e rubiconda. Conosci mio padre? – Professore di lettere, credo preside di un liceo, il padre mi ispirò subito una istintiva simpatia. Uomo intelligente oltre che preparato, sapeva dosare il dialogo in rapporto alla cultura dell’interlocutore, semplificandolo a seconda dei casi con estrema scioltezza e senza alcuna remora mentale.
Mio nonno diceva sempre che un vero uomo di cultura sa sempre adattarsi a chi ha di fronte, parlano da ‘carrettiere’ con il carrettiere e da avvocato con l’avvocato. Troppo spesso invece i nostri uomini di cultura o presunta tale usano terminologie da salotto o di moda, limitando il discorso ad una pura e semplice constatazione lessicale che mette fuori combattimento l’avversario di salotto in difficoltà di vocabolario.
Il padre di Mimì, dunque, riusciva a tenere banco con molta sensibilità e piacevolezza, senza mai interrompere il dialogo con chicchessia, suscitando la mia ammirazione e stima non solo mia! Mia se ne accorse e ne era orgogliosa, felice di mostrare il padre in tutta la sua statura all’ombra della quale rifugiarsi materialmente ed intellettivamente, con quella involontaria sudditanza che l’ammirazione e l’amore mischiati insieme spesso provocano.
Vedere Mia Martini e suo padre, quella sera, mi ha aperto la porta ad un mondo che non conoscevo: Mimì ragazza all’antica, dai valori intatti; famiglia, uomo; Mimì dai desideri semplici; Mimì senza corte; Mimì buona cuoca, dicono che sappia far da mangiare in modo splendido; Mimì tutto sommato timida, Mimì introversa, Mimì cuore buono.
 
Una ragazza positiva, quel tanto che basta, ma senza fanatismo, con la voglia di essere donna e madre, un giorno.

E la conosco da poco! Penso che conoscendola meglio, si possano scoprire tante altre cose che una conoscenza necessariamente un po’ affrettata e superficiale non ti permette di scoprire o di sapere.
Del padre, dicevamo. Ed ecco che improvvisamente l’essere strumento di altri si mischia nel mio cervello alla Martini conosciuta altrove. E se questo suo appoggiarsi, interpretare la altrui personalità, fosse un modo per ritrovare ad ogni incontro, in ogni compagna di lavoro, una emanazione del padre? Se fosse un rifugio e quindi un modo di sentirsi protetta? Bisognerebbe risalire forse all’infanzia, alla madre, e questa non ne è la sede, ma più parlo di Mimì, più cerco di entrare nel personaggio e più mi sento di incitarvi a volerle un po’ di bene; Mimì ne ha bisogno! Non il bene che si conclude con la scena di fanatismo, per carità, ma il bene che ti permette di far sì che qualcuno ti senta vicino anche e soprattutto nei momenti di necessità, quando le cose vanno storte, quando sono difficili da superare, quando il freddo ha il sopravvento ed hai bisogno di sapere che qualcuno ti vuole bene, ti stima, ti aspetta, e per un artista questo qualcuno è il suo pubblico. Eh sì! Anche se l’abbiamo chiamata in mille modi, questa brava ragazza che è Mia Martini, resta soprattutto un’artista. Una eccellente artista.
Ricordo l’emozione a San Remo ’82 quando, in mezzo a tanta banalità, arrivò lei con una sicurezza impressionante ed intonò “Non finisce mica il cielo” o qualcosa di simile. Io stavo parlando con un americano e ci fermammo ad ascoltarla, tanto era brava. Ricordo che mi commosse e cercai in tutti i modi di portarmela ad una manifestazione che organizzavo subito dopo. Là, sulla scena, Mimì si trasformava, tirava fuori le unghie, si batteva con un coraggio da leone contro l’idiozia, la banalità. La sua vittoria era ad ogni nota più netta ed anche se forse non avrebbe poi venduto tanto quanto gli altri motivetti più facili, sicuramente tutti l’hanno notata, tutti ne sono rimasti un po’ colpiti, giovani e no, a dimostrazione che Mimì potrebbe avere un pubblico vastissimo in grado di ascoltarla, applaudirla, apprezzarla ed in ultima analisi, comprarla.
Ecco, una nuova strada era intrapresa, speriamo sappia mantenerla. Ha a disposizione un buon discografico, pronto a combattere con lei. Mia Martini potrebbe fare ciò che Mina non ha voluto fare. Lei non ha paura degli aerei; potrebbe varcare i confini e diventare un’artista internazionale. Non vedo perché non potrebbe cantare all’Olympia di Parigi o a Monaco, o a Buenos Aires o a New York, ambasciatrice di quella musica italiana che ha bisogno di nuove realtà internazionali per continuare ad affermare che non siamo solo una colonia anglosassone, ma che siamo ancora in grado di partorire quelle melodie che ci hanno resi famosi un po’ dovunque.
E’ tornato a prendere il sopravvento il mio essere autore, ed essere italiano. Autore di canzoni, intendo, autore che ha rifiutato la colonizzazione a tutti i costi, quella per la quale se solo sei di madre-lingua inglese, sei sicuramente bravo, mentre se hai  radici napoletane sei sicuramente vecchio e un po’ superato dai tempi delle collanine, degli amuleti, dei fiori e degli spinelli.
Ma transeat, questo è un altro discorso, anche se è sempre bene farlo nel tentativo di rieducare un pubblico diseducato da disc-jokey, organizzatori, programmatori radiofonici e televisivi e così via! Filippica che viene in mente quando di qua c’è un autore e di là un’interprete della classe di Mia Martini.
Non ho mai scritto canzoni per lei (si dimentica La porta socchiusa 1975 n.d.r.), ma mi piacerebbe farlo; mi piacerebbe scriverle una musica in modo che lei ci possa scrivere un testo; discutere insieme musica e testo e vestirlo con un arrangiamento adeguato, ma probabilmente non lo farò mai, un po’ per pigrizia, un po’ perché distratto dalle duemilacinquecento cose che ho da fare. La voglia però rimane e rimane da quando mi ha fatto ascoltare, una notte, il suo ultimo Lp, in sala di registrazione.
Ero andato a trovarla, anche per dimostrarle che non ce l’avevo con lei per una cosa che era successa e che non mi aveva fatto piacere, e ci ritrovammo sdraiati sulla moquette ad ascoltare quel suo prodotto.
 
Un pezzo mi colpì particolarmente; un testo bellissimo ed in grado di suscitare emozioni per quello che diceva e per come era porto. Il testo era suo e, nell’ascoltarlo, Mimì si commosse per l’ennesima volta, tentando di nasconderlo, ma finendo per abbandonare la stanza quando le dissi: Questo è il tuo pezzo, secondo me. Non avrei dubbi!
Doveva essere molto combattuta per quella sorta di pudore che i poeti hanno e del quale parlavamo all’ inizio. Ed è stato lì che a me è venuta la voglia di scriverle una musica, perché possa esprimersi liberamente, senza censure. Io che faccio questo per mestiere, so che i miei testi più belli sono quelli scritti senza censure di sorta (quasi sempre scritti per Mina, a dire il vero), senza la censura del musicista prima, del produttore poi, del discografico in terza analisi e dell’artista per finire. Un esame continuo al quale sottoporsi per quasi ogni cosa che scrivi. Mi diceva Mogol che uno dei segreti del suo successo con Battisti è perché in quel preciso momento lui aveva deciso di non sottoporsi più a nessun giudizio, ma di esprimersi in libertà, senza l’assillo del successo. Da condividere o no, ma comunque il buon Giulio non aveva mai scritto “Emozioni”, prima, una delle pietre miliari della canzone italiana, e successi o non successi era sempre un po’ criticato come autore di versi, mentre, con Battisti, è diventato Mogol, quel Mogol mito che tutti conoscono, del quale un po’ tutti parlano, dal salotto ai due sociologi in treno che in mia presenza, arzigogolavano improbabili schiere di specialisti e di computers al servizio di questo Archimede del vocabolario che sa sempre scegliere la parola giusta al momento giusto.
Scrivere senza assillo, senza censure, dà sempre il miglior risultato e questo lo sanno tutti, compreso il buon Pino (il mio Pigmalione) che sa quanto scrivi meglio quando non sei pressato dal tempo o da altre cose.
Ma torniamo a Mimì Bertè, in arte Mia Martini, un cavallo di razza che, se saprà amministrarsi, dunque scegliersi i giusti collaboratori, crescere un po’ sul piano della convinzione dei propri meriti, non farsi fagocitare dal musicista di turno con troppa personalità; se saprà fare tutto questo, e non è difficile secondo me, è destinata a brillare nel cielo della canzone come una delle stelle più luminose, al pari di quella di Mina, Paoli, Vanoni, Celentano, Battisti e tutti gli altri, che non sono stelle filanti, ma stelle che brillano di luce propria.
Articolo di Andrea Lo Vecchio apparso su Profili musicali 1982

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domenica 29 settembre 2013

Loretta Goggi: l’impareggiabile bravura di Mia Martini. Intervista di Chez Mimì


 
Si sono da poco spenti gli echi delle ovazioni a lei tributate alla penultima replica romana, al teatro Sistina, del musical Hello, Dolly! Mi reco subito nel camerino e, dopo aver atteso a lungo il mio ‘turno’, entro a complimentarmi con lei per l’impareggiabile capacità di recitare, cantare e ballare. Loretta appare un po’ stanca per la fatica dello spettacolo, ma molto soddisfatta per lo straordinario successo decretatole dal pubblico e dalla critica sin dalla prima rappresentazione della commedia musicale. Parliamo di lei e si trova anche lo spazio per Mia Martini.

 
Anche questa sera hai dimostrato di essere l’unica artista completa dello spettacolo italiano. Sei soddisfatta dell’accoglienza del pubblico?
Sì, sono molto felice. E’ faticoso stare sulla scena per circa tre ore, però sapere che tutte le sere il teatro è esaurito  in ogni ordine di posti e che tantissima gente, come te, viene anche molto lontano a vedermi, mi riempie di commozione.
 
Provi nostalgia per la televisione, che ti ha visto protagonista per molti anni di programmi di successo?
Il modo di fare televisione oggi non mi piace più. Manco da parecchio tempo dal piccolo schermo, perché non ho ancora ricevuto proposte interessanti. Pertanto mi limito a fare alcune ‘ospitate’ solo in quei programmi, dove mi si dà l’opportunità di dare il meglio di me stessa. Preferisco, dunque, il mio meraviglioso teatro!
 
Quando tornerai in sala d’incisione?
L’anno scorso ho inciso tutte le canzoni che hai ascoltato questa sera durante lo spettacolo. E poi, non sempre è possibile cantare belle canzoni! Anzi, ti informo che è in vendita il doppio cd progettato da Paolo Piccioli; si tratta di una collection di  brani, da Maledetta primavera a Dirtelo, non dirtelo, pubblicati dal 1975 al 1991.
 
 Il presidente del fans club Chez Mimì mi ha pregato di donarti una copia dell’ultimo numero della fanzine.
Oh, cara Mimì! Conosco la fanzine, perché qualcuno mi ha già mandato qualche copia. Ringrazia affettuosamente da parte mia il presidente.
 
 
Hai avuto modo di lavorare con Mimì in diverse occasioni. Cosa pensi di lei?
Un’artista veramente straordinaria, un’interprete grande, grande! Ho avuto la gioia di averla ospite nel mio programma Via Teulada, 66 per cinque giorni. Era sorridente, disponibile, felicissima per l’enorme successo ottenuto a Sanremo con Almeno tu nell’universo. Sembrava una bambina davanti a una montagna di giocattoli tutti per lei, che non sapeva quale prendere per iniziare a giocare! I miei ricordi si riferiscono al più bel momento della sua carriera, quando ha ritrovato il meritato successo, oscurato da calunnie  e  maldicenze. Nessuna malalingua, però, ha potuto fermare la sua impareggiabile bravura e non potrò dimenticare la sua intensa interpretazione di Donna, a tal punto da farmi visibilmente commuovere.  
 

giovedì 19 settembre 2013

Intervista ad Arrigo Cappelletti. Mia Martini e il suo jazz viscerale dal carattere blues



Intervista a Arrigo Cappelletti, pianista jazz con il quale Mia Martini ha collaborato nel periodo 91/95, realizzando alcuni concerti dal vivo con brani che meriterebbero essere editati in digitale. Ecco la piacevole chiacchierata concessa al club Chez Mimì.

Come è nata la collaborazione con Mimì?
Nel ’91,  in occasione di un concerto a Torino, poco prima della sua tournèe con Maurizio Giammarco. Lei aveva lavorato con un pianista, Gilberto Martellieri, si era rivolta a Cose di Musica, chiedendo un sostituto ed è stato fatto il mio nome. Mimì è venuta a casa mia, abbiamo provato , si è creato subito un ottimo feeling musicale e anche, direi, umano. Quel primo concerto è andato molto bene, lei era piena di entusiasmo, voleva fare altre serate, però aveva già programmato la tournèe jazz estiva. Abbiamo ripreso a suonare insieme quando lei ha avuto l’invito a partecipare a Sanremo jazz e successivamente ci sono stati altri concerti. Devo dire, però, che negli ultimi tempi qualcosa si era guastato nei nostri rapporti; il tutto è nato una sera di Bologna nel febbraio ’95. Avevamo fatto un gran bel concerto, ma alla fine mi ha rivolto dei rimproveri perché mi ero mosso in modo totalmente diverso da lei. Al contrario di ciò che avevo pensato, ha continuato a chiamarmi, anche se da allora si è sempre comportata con freddezza.

Lei è conosciuto come un pianista eccellente e, soprattutto, improvvisatore. In questo rapporto di lavoro con Mimì quanto spazio veniva lasciato all’improvvisazione?
Nei nostri concerti veniva lasciato spazio all’improvvisazione, anche perché si provava molto poco. Noi avevamo in comune il fatto di essere viscerali e di sentire, quindi, la musica in modo molto diretto, naturale, istintivo. Spesse volte, proprio come due anarchici incredibili e libertari, salivamo sul palco senza avere le idee chiare, addirittura con una scaletta non definita. Chiaramente questo comportava il rischio di ritrovarsi in una serata senza che ci fosse il feeling giusto. L’anarchismo e la visceralità verso la musica erano elementi che ci univano di più. Ci sono certe registrazioni che mettono in risalto l’energia incredibile che entrambi sprigionavamo in quello che facevamo, una serata molto bella è stata quella di Portofino nel ’94 e della quale esiste una ripresa video effettuata da una emittente privata.

Durante i vostri concerti come riuscivate ad amalgamare un cocktail composto dalla voce arrochita di Mimì con uno spirito blues, da un pianista jazz e da canzoni con una tessitura melodico-pop?
Questo cocktail a volte funzionava bene ed avrebbe potuto avere degli sviluppi futuri, se ci fosse stata in lei una maggiore convinzione, ma aveva paura di questa dimensione musicale raffinata, perché teneva molto alla sua natura di cantante nazional-popolare, al suo rapporto con il grande pubblico. Aveva la sensazione che questa nostra collaborazione la portasse in una direzione un po’ troppo colta, intellettuale. Da una parte era attratta, dall’altra era scettica, Così finisco con l’isolarmi del tutto, io ho bisogno del pubblico, diceva. C’erano in lei questa ambivalenza e conflittualità tra l’esigenza di realizzare performances valide dal punto di vista artistico e di essere apprezzata e avere il successo commerciale e anche popolare; in ultima analisi aveva bisogno di questo contatto fisico con il pubblico.
 

Nel campo jazz, l’atmosfera  si raggiunge sapendo quando e come forzare i propri mezzi. C’era in Mimì questa consapevolezza o c’era magari una tendenza a strafare, ad andare un po’ sopra le righe?
La mia opinione è che Mimì avesse molta consapevolezza più di quanto potesse sembrare. Ultimamente, per problemi vocali, a volte, spingeva un po’ con la voce, quasi ad urlare e questo suo ‘forzare’ era il prodotto di una scelta artistica. Aveva scoperto che doveva cantare in un certo modo, ciò non sempre andava d’accordo con il jazz che è una musica in cui la voce deve sapere intrattenere molto. Con Mimì si può pensare ad un jazz più aggressivo, del quale accentuava la componente più viscerale ed emotiva: il modello diventava, quindi, la musica nera, ovvero il blues, piuttosto che quello europeo appartenente alle cantanti raffinate. E’ chiaro che quando si creavano atmosfere musicali più vicine al jazz io accentuavo molto il carattere blues, non mi veniva di fare degli accordi tipici di un jazz anni ’70. Il contrasto tra il mio essere un musicista ‘gemma-raffinato’, come mi riteneva lei, e la sua visceralità veniva superato nel blues che rappresentava il nostro terreno d’incontro.

Può raccontare qualche episodio o curiosità su Mimì?
Ce ne sono diversi. Eravamo andati a fare un concerto a Marrakech e al ritorno eravamo rimasti bloccati a Casablanca. Qui sono venuti fuori i suoi aspetti più caratteristici: una grande ricchezza interiore accompagnata da uno spiccato senso dell’humour. Oppure a Sanremo jazz: lei si sentiva un pesce fuor d’acqua, prima di salire sul palco ripeteva: Io non sono una jazzista, ti raccomando, fai delle introduzioni lunghe per creare l’atmosfera.  E poi, rivolgendosi al pubblico: Stasera sentirete delle cose che hanno a che fare con il jazz, come se lei non c’entrasse.

Che criterio avete seguito nella scelta dei pezzi?
All’inizio dello spettacolo, Mimì preparava canzoni tratte dal suo repertorio e cantate con le basi, come Mimì sarà di De Gregori, Hotel Supramonte di De Andrè, Almeno tu nell’universo, Gli uomini non cambiano. Insieme facevamo E non finisce mica il cielo, La donna cannone, Minuetto, Amanti, Valsinha, Suzanne, La costruzione di un amore; abbiamo inserito spesso Cu’mme, Piccolo uomo, Reginella, in una versione particolare e jazzata, ed Emozioni di Battisti. Tra i brani che sentiva molto Vedrai vedrai e Spaccami il cuore. Un momento di grande impatto emotivo era rappresentato dall’esecuzione di La vie en rose  e  Ne me quitte pas, appartenenti al repertorio di un’artista, Edith Piaf, che ben si adattava al suo pathos interpretativo e modo di esprimere. Qualche pezzo è stato proposto da me, come “Anna verrà”, che a lei piaceva molto. Abbiamo provato più volte “Una notte in Italia” di Fossati, anche se non l’abbiamo mai inserita nella nostra scaletta. E negli ultimi tempi, mi aveva anche chiesto di scegliere alcuni brani che poi avremmo discusso insieme, tratti dal repertorio di Tom Waits e Randy Newman, ma non c’è stato il tempo.

Scaletta brani:
E non finisce mica il cielo
La donna cannone
Suzanne
Valsinha
Amanti
Minuetto
Piccolo uomo
La costruzione di un amore
Vedrai vedrai
Spaccami il cuore
La vie en rose
Na me quitte pas
Anna verrà
Reginella
Emozioni
Cu’mme

Intervista realizzata da Pippo Augliera, pubblicata integralmente sulla fanzine Chez Mimì n.24 e parzialmente nel libro La regina senza trono.

lunedì 16 settembre 2013

Trionfo per Mia Martini in concerto : Mimì degli eccessi in guerra con i suoi sentimenti di Marinella Venegoni


 
La saga di una donna tormentata da
Minuetto e Piccolo uomo fino a Lacrime. Calore umano totale sincerità senza rete.

Non è certo la pazienza che manca a Mia Martini. Paragonata a quella di altri interpreti di ben minore levatura, la sua carriera artistica è stata una specie di martirio lento, un saliscendi vertiginoso punteggiato di successi forti e silenzi lunghi, ripensamenti personali e stupide maldicenze. E ogni volta, per 22 anni si è dovuta tirare su le maniche e quasi ricominciare. Per fortuna, non le manca neanche l’ironia. Ed eccola, a 45 anni e con la vittoria morale di Sanremo in tasca, debuttare con uno show maiuscolo, intitolato Per aspera ad astra, più aspera ed astra di così non sarebbe umanamente possibile.

Il primo concerto del tour, l’altra sera al Palazzo dei Congressi  di Bologna, ha rivelato un allestimento finalmente degno del personaggio. Pepi Morgia (che sta preparando il tour mondiale di Elton John) le ha costruito una regia essenziale, con pochi ed elegantissimi grandi fasci di luce bianca, un leggio, una sedia dove far talvolta quietare il sentimento del canto. Alle spalle, come un sole, la grande cipolla affettata simbolo dell’ultimo album “Lacrime”. Perché di lacrime gronda non solo l’lp, qui appena accennato, ma tutto il recital che ripercorre i successi di questa faticosa carriera: quello della matura ragazza di Bagnara Calabra è un mondo esagerato ma vivo, palpitante, credibile, e ha trovato sulla su strada gli arrangiamenti di Mark Harris, eccellente tastierista americano collaboratore di De Andrè e Gaber, che ha costruito atmosfere blues, jazz e di etno musica.

La sofisticatezza di Harris placa bene gli eccessi di Mimì, vestita Armani. Smoking nero nella prima parte, smoking bianco nella seconda, corta zazzera nera. Calore umano totale, sincerità senza rete. In sala, urli e invocazioni partecipi di un pubblico misto, ragazzi, coppie eleganti e pittoreschi travestiti, gente che vive i sentimenti in modo maiuscolo, proprio come li canta lei che però sempre si concede una via di fuga con una risata amara. Stazioni di un rosario sull’universale cattiveria maschile, le canzoni cominciano con la sanremese Gli uomini non cambiano e subito si proiettano all’indietro con Padre davvero qui in un lamento blues. Mia chiede: ‘Ma sei sicuro che sia tua figlia?’, fra interrogativi devastanti a catena, un po’ confusa appare Piccolo uomo, grande successo 1972. A volte è rovinosa l’ansia di trasformare un brano troppo sentito. Un delicato tocco di cembalo elettronico ripropone Minuetto (‘Vieni sempre a casa mia/ quando vuoi/ sono sempre fatti tuoi) e Inno è un incontro elegante di basso, batteria e canto. Mia sostiene di esser senza voce, ma bisogna vedere con che classe domina le raucherie e le trasforma in sussurri dolenti.

venerdì 6 settembre 2013

Le Grandi Voci: Mia Martini (Estensione, versatilità, tecnica, interpretazione)


 
La carica emozionale caratterizza in modo molto personale i brani interpretati da Mia Martini. La critica è stata concorde nel riconoscere il talento e la grande versatilità vocale di Mia Martini, soprattutto negli ultimi anni della carriera.

 
La versatilità della voce

L’intera carriera di Mia Martini testimonia di una vocalità multiforme e capace di modificarsi con l’evolversi della tecnica e degli interessi musicali. All’inizio degli anni Sessanta, con il nome di Mimì Bertè, venne scelta da Carlo Alberto Rossi per incarnare le illusioni e la voglia di vivere della generazione di adolescenti che stava progressivamente diventando il nuovo punto di interesse dei discografici. Aveva poco più di quindici anni e la sua voce squillante, ma priva di particolari sfumature, si confrontava con motivetti di scarse pretese come “E adesso che abbiamo litigato” o “Il magone”. L’immagine era quella di una delle tante protagoniste ‘usa e getta’ di un genere, il cosiddetto yè yè, destinato a tramontare rapidamente per lasciare il posto a nuove musicalità filtrate dall’irrompere prepotente sulla scena musicale dell’esplosiva esperienza del rock. La caratteristica dei cantanti di questo genere era la loro sostanziale intercambiabilità: volto da adolescente ribelle ma non troppo, un filo di trucco, una tecnica in base ai limiti della sufficienza, il tutto accompagnato da arrangiamenti leggeri e ritmati. Non erano in molti a scommettere sul futuro di questa ragazzina, tanto che nessuno si sorprese della sua rapida scomparsa dalle scene. In realtà il silenzio nascondeva un periodo di studio destinato a determinare una vera e propria rivoluzione vocale e interpretativa. Al Festival d’Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio, nel 1971, pochi riconobbero in quella Mia Martini che, accompagnata da una solida formazione rock costruita attorno al batterista inglese Gordon Faggetter, aveva entusiasmato pubblico e critica, la stessa Mimì Bertè sbarazzina e spensierata degli anni Sessanta. Dal bozzolo dell’adolescente impacciata era nata una nuova farfalla, con una gestualità provocatoria e una voce ricca di sfumature, estremamente duttile e capace di interpretare efficacemente le inquietudini delle giovani generazioni di quegli anni. L’album OLTRE LA COLLINA è ancora oggi una straordinaria testimonianza di come la sua vocalità potesse essere il punto d’incontro tra generi e tecniche diverse, portando a sintesi l’esperienza del rock, del rhythm and blues e della musica leggera italiana. I suoni sporchi e il linguaggio provocatorio di brani come “Padre davvero” o “Amore…amore…un corno!” si mescolavano con la limpida vocalità di canzoni come “Gesù è mio fratello”. Determinante in questa evoluzione fu anche la collaborazione con il quartetto nero dei Four Kents che parteciparono alla registrazione dell’album. Da quel momento iniziò un ulteriore processo di crescita, destinato a portarla rapidamente al vertice delle classifiche. Svestiti progressivamente i panni della provocazione, si trasformò in un’interprete di classe di brani sempre più impegnativi. Più del mutevole consenso del pubblico, i premi della critica, raccolti in grande quantità soprattutto negli ultimi anni della sua lunga e tormentata carriera, stanno a dimostrare il talento e la grande versatilità vocale di quest’artista cui non fecero mai difetto né il coraggio di rinnovarsi, né la caparbietà.

 L’estensione vocale

La capacità della voce di Mia Martini di misurarsi con salti di tono piuttosto impegnativi non è sorretta da una grandssima estensione naturale anche se le tre ottave sono tranquillamente alla sua portata. Essa è piuttosto da ricercarsi nell’abilità di migliorare le sue già buone doti di fondo con lo studio e l’applicazione, a dimostrazione di come lo strumento voce sia un meccanismo duttile e suscettibile di grandi progressi. L’urlo blues strozzato e angoscioso delle sue prime interpretazioni degli anni Settanta diventa, con il procedere della carriera, un acuto grintoso sostenuto da un’emissione di notevole potenza e da un eccellente vibrato.
 

 
La tecnica vocale

Trascurando per ovvie ragioni d’inconsistenza musicale, il periodo adolescenziale dei primi cimenti artistici, dal punto della tecnica vocale la carriera di Mia Martini può essere divisa in due momenti fondamentali. Il primo, rappresentato dall’album OLTRE LA COLLINA, è quello nel quale prevale la scelta di dare i colori del blues alle melodie del nascente rock italiano. In questo periodo la sua voce affronta in modo diretto, senza l’addolcimento del vibrato, le spigolosità dei brani che interpreta. Il suo rapporto con la musica e il testo delle canzoni è diretto e di grande drammatizzazione. La voce, carica d’emozione, si fa roca sulle tonalità basse e, quando l’interpretazione lo richiede, sa diventare un urlo inquietante sui toni alti. Già in “Piccolo uomo”, però, non è più così. Il vibrato inizia a sostenere la potenza dell’emissione e la voce incrementa la gamma delle proprie sfumature. Le variazioni improvvise di volume, l’uso misurato della potenza diventano, con il passare degli anni, una caratteristica costante dell’interpretazione, anche se si nota una certa riluttanza a modificarne la personalità timbrica, Mia Martini resta sempre se stessa. Come le grandi cantanti jazz, non usa la tecnica vocale per adattarsi alle esigenze dei brani interpretati, ma, al contrario, attinge al proprio patrimonio di conoscenze musicali per disarticolarli e farli diventare parte di sé. Esemplare, a questo proposito, è l’album MIEI COMPAGNI DI VIAGGIO, nel quel riesce a dare una nuova e originale personalità a canzoni famosissime di grandi autori internazionali.