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lunedì 14 ottobre 2013

Un monologo teatrale per Mia Martini. Intervista ad Erika Urban



A Mia Martini è dedicato uno spettacolo Ultima notte Mia, tratto da un monologo di Aldo Nove, diretto dal regista Michele De Vita Conti e con protagonista Erika Urban che impersona Mia Martini. Il trucco e le luci contribuisco a evidenziare i tratti somatici che la Urban ha in comune con Mimì. Ecco l'intervista nella quale l'attrice parla di questa esperienza e naturalmente di Mia Martini.
 

Mia Martini  è una delle pochissime artiste che ancora oggi riescono a scuotere profondamente, come se non fosse mai morta; la voce di un’attrice come si confronta con quella di una grande cantante? Bruno Lauzi la paragonò a Barbra Streisand.
In realtà, come hai visto, nello spettacolo non intono neanche una nota perché col regista abbiamo deciso che non avrebbe senso il confronto, anche la più brava cantate italiana odierna non arriverebbe a quei livelli; quello che cerco di fare io, come lei usava la voce per esprimere e trasmettere le emozioni, io uso la mia voce per cercare di trasmettere quelle che potevano essere le sue emozioni. Usiamo la voce in due modi diversi, non c’è alcun confronto, assolutamente.


Cosa impari da una persona che usa la voce in modo diverso, con questa portata?
Io mi sono proprio immersa in lei, nella sua musica, le sue interviste, cercando di leggere anche un po’ la sua vita, attraverso, poi, le parole di Aldo Nove, che sono molto belle e che aiutano molto a tirare fuori le emozioni, questo percepire attraverso le vibrazioni della sua voce quello che poteva essere la vibrazione interna, i suoi sentimenti. Conoscendo un po’ la sua storia e pensando a lei come a una vera artista, con tutti i lati positivi e negativi di questa  cosa, una persona  senza  pelle, completamente permeabile, prendeva tutto e dava tutto. Ricevendo tutto riceveva anche molto male e molte persone si sono approfittate, se  vogliamo dire questa parola.



Nella pièce voi dite: tutto il mondo canta e le canzoni te lo fanno ascoltare. Lei sicuramente non era l’unica ad avere un rapporto così intimo con temi così alti come la musica, l’arte, eppure nel suo stesso ambiente si  è alimentata questa maldicenza assurda: come è possibile che chi è cantautore, fa cultura  apprezzato e riconosciuto eccetera si ritrovi in una situazione così grottesca, in un ambiente in cui dovrebbero prevalere la cultura, l’apertura mentale, la ricerca?
Guarda, a me vien da dire che un po’ l’Italia è un paese ancora molto superstizioso.


Ma tu dici che potrebbe succedere ancora oggi?
Ma certo: ci sono ancora oggi delle persone che non vengono nominate nel nostro ambiente. È ancora  così. Ancora adesso è pieno di persone che vanno a farsi le carte, che credono in queste cose, la fortuna, la sfortuna. E poi soprattutto perché lei era brava e quindi lei apriva la via a tante invidie, come dice il testo: “se uno veramente non ce l’ha il talento, come ti posso distruggere?” Così, dicendo che porti sfortuna, non ho altre armi. Però questa cosa è un’arma tremenda perché veramente può uccidere.

Voi cominciate dal momento della morte, avete allestito praticamente una camera ardente, in qualche modo. E poi il monologo, che è una specie di dialogo con lo spettatore: io ho percepito quest’attenzione, come se fossero tutti insieme a te, è quasi un ponte tra noi e lei, forse anche grazie a questo immenso suo carisma che aveva, nonostante fosse una abbastanza schiva. Quanto il suo fascino ancora così presente sta aiutando questo spettacolo?
Sicuramente  tantissimo, tantissimo. Perché  lei non se n’è mai andata. Non solo le sue canzoni, lei è sempre stata amata dal pubblico.

Ma non solo dal pubblico però.
Tantissimo più dal pubblico che dagli addetti  ai lavori. Comunque c‘è sempre stata questa cosa strana, non lo so perché forse perché aveva tanto talento e quindi veniva un po’allontanata. Quello che cerchiamo di fare noi, come dice il regista, è una specie di “woodoo teatrale”: siamo come dei medium e cerchiamo di dare  voce perché poi, in fondo, la sua vera storia non è che si conosca poi così tanto. Questa è una parte di  vita sua, si conoscono le sue canzoni, si sa che lei aveva questa nomea  ma non veramente come è nata, proprio  con questi episodi STUPIDI.
 
 Era troppo brava per essere italiana. Non esiste ancora oggi un fenomeno culturale massificato di  riferimento come è avvenuto in altri paesi, non è come è avvenuto col cinema.
Un po’ l’italiano non è così musicale come altre lingue
È rimasto un po’ nell’opera.
Sì più che altro sì, il bel canto che voleva il papà di Mia Martini: avrebbe preferito il canto lirico; quello è  rimasto come riferimento dell’Italia. Lei comunque avrebbe avuto la possibilità di diventare  una cantante internazionale quando Charles Aznavour la invitò all’Olympia di Parigi, poi lei per amore è tornata.
Sempre nel  testo voi dite: per molti la bravura degli altri è un’offesa personale perché se il talento non ce l’hai cerchi di distruggere l’altra persona. Poi parlate anche di prezzo da pagare per vivere il proprio talento, prezzo che paga l’artista. Chi è che decide questo prezzo? Chi ci guadagna? E ci si guadagna davvero a distruggere e a perdere un’artista?
Bisogna tenere conto che Mia Martini era molto sensibile ma era anche molto conscia del proprio talento e lottava con i denti e con le unghie per la sua indipendenza, quindi ha dato molto filo da torcere a quasi tutte le case discografiche con cui ha lavorato perché voleva lavorare come voleva lei, cantare le canzoni che voleva lei, scriverle come voleva lei. Ha pagato anche in questo senso il prezzo del talento e dell’indipendenza e le persone troppo indipendenti  danno un po’ fastidio, soprattutto se sono donne,  spesso. Secondo me è stato un po’ questo: lei è sempre stata una molto pura e compromessi non li ha mai  amati.
 

 

 
Quanto il testo di Aldo Nove raccoglie da interviste e dichiarazioni? Tra l’altro è ispirato a “La voce umana” di Cocteau. Secondo te a chi è diretta questa telefonata ipotetica della vostra Mia Martini?
Forse a quel primo impresario che ha fatto cominciare tutto quanto: se non avesse detto quella cosa  quella volta, forse non sarebbe cominciato niente. Ancora adesso: Aldo Nove è famoso, è andato a presentare i suoi libri in luoghi anche importanti, con questo libro non è potuto andare in alcuni posti perché il libro è su Mia Martini.

Un artista si predispone a sentire le sensazioni degli altri (…) amavano le mie canzoni ma non amavano me. Questa cosa è diffusissima nel mondo dello spettacolo: ci si innamora della persona che  regge il personaggio (perché senza la persona non c’è il personaggio, chiaramente), si attribuisce all’artista  un personaggio che effettivamente c’è, ma lo si veste in un modo adatto alle nostre esigenze di consumo, che poi sono dettate dai nostri stati d’animo e dalle nostre dinamiche affettive e personali. Per cui si vive il personaggio e gli si attribuiscono delle cose: non è una forma di amore questa, anche se viene vissuta come tale.
Si sì, è quello che dice il testo, cioè che il successo è uno specchio in cui non ci sei più tu, ma tutti gli altri  che si riflettono e quindi tu diventi come uno specchio di tutti gli altri, non hai più il senso di  te, lo perdi perché ti allontani da te. Anche se certe volte il successo svela.
Voi finite con una frase che ripetete: “che fine ha fatto quella lì?”. Lei aveva continuato a cantare anche nelle piazzette. Quando morì io mi meravigliai moltissimo del fatto che una persona così amata fosse morta da sola.
Lei aveva anche gli amici che cercavano di tirarla fuori ma era troppo ferita.
Eppure era tornata alla grande con canzoni meravigliose.
Probabilmente qualcosa si era rotto dentro di lei e non ce la faceva più: è morta di cuore, io direi che è morta di crepacuore.
Mi ha colpita molto questo finale vostro, che sembra quasi che sia non tanto la situazione generale degli ultimi anni che era appunto tornata eccetera, quanto quegli ultimi giorni lì, morta in quel modo lì, proprio “che fine ha fatto?”. Che poi è assurdo perché lei era in attività.
Si sì,  è morta con le cuffie addosso, io all’inizio sono con le cuffie.
Avete cominciato appunto come se lei fosse dopo la morte, come se fosse una specie di seduta spiritica, fate il racconto “dopo”.
Si sì, come se lei tornasse, racconta  tutto. È un po’ un j’accuse verso chi l’ha distrutta: se potesse parlare magari le direbbe queste cose.
Intervista di Elena De Dominicis

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