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giovedì 19 settembre 2013

Intervista ad Arrigo Cappelletti. Mia Martini e il suo jazz viscerale dal carattere blues



Intervista a Arrigo Cappelletti, pianista jazz con il quale Mia Martini ha collaborato nel periodo 91/95, realizzando alcuni concerti dal vivo con brani che meriterebbero essere editati in digitale. Ecco la piacevole chiacchierata concessa al club Chez Mimì.

Come è nata la collaborazione con Mimì?
Nel ’91,  in occasione di un concerto a Torino, poco prima della sua tournèe con Maurizio Giammarco. Lei aveva lavorato con un pianista, Gilberto Martellieri, si era rivolta a Cose di Musica, chiedendo un sostituto ed è stato fatto il mio nome. Mimì è venuta a casa mia, abbiamo provato , si è creato subito un ottimo feeling musicale e anche, direi, umano. Quel primo concerto è andato molto bene, lei era piena di entusiasmo, voleva fare altre serate, però aveva già programmato la tournèe jazz estiva. Abbiamo ripreso a suonare insieme quando lei ha avuto l’invito a partecipare a Sanremo jazz e successivamente ci sono stati altri concerti. Devo dire, però, che negli ultimi tempi qualcosa si era guastato nei nostri rapporti; il tutto è nato una sera di Bologna nel febbraio ’95. Avevamo fatto un gran bel concerto, ma alla fine mi ha rivolto dei rimproveri perché mi ero mosso in modo totalmente diverso da lei. Al contrario di ciò che avevo pensato, ha continuato a chiamarmi, anche se da allora si è sempre comportata con freddezza.

Lei è conosciuto come un pianista eccellente e, soprattutto, improvvisatore. In questo rapporto di lavoro con Mimì quanto spazio veniva lasciato all’improvvisazione?
Nei nostri concerti veniva lasciato spazio all’improvvisazione, anche perché si provava molto poco. Noi avevamo in comune il fatto di essere viscerali e di sentire, quindi, la musica in modo molto diretto, naturale, istintivo. Spesse volte, proprio come due anarchici incredibili e libertari, salivamo sul palco senza avere le idee chiare, addirittura con una scaletta non definita. Chiaramente questo comportava il rischio di ritrovarsi in una serata senza che ci fosse il feeling giusto. L’anarchismo e la visceralità verso la musica erano elementi che ci univano di più. Ci sono certe registrazioni che mettono in risalto l’energia incredibile che entrambi sprigionavamo in quello che facevamo, una serata molto bella è stata quella di Portofino nel ’94 e della quale esiste una ripresa video effettuata da una emittente privata.

Durante i vostri concerti come riuscivate ad amalgamare un cocktail composto dalla voce arrochita di Mimì con uno spirito blues, da un pianista jazz e da canzoni con una tessitura melodico-pop?
Questo cocktail a volte funzionava bene ed avrebbe potuto avere degli sviluppi futuri, se ci fosse stata in lei una maggiore convinzione, ma aveva paura di questa dimensione musicale raffinata, perché teneva molto alla sua natura di cantante nazional-popolare, al suo rapporto con il grande pubblico. Aveva la sensazione che questa nostra collaborazione la portasse in una direzione un po’ troppo colta, intellettuale. Da una parte era attratta, dall’altra era scettica, Così finisco con l’isolarmi del tutto, io ho bisogno del pubblico, diceva. C’erano in lei questa ambivalenza e conflittualità tra l’esigenza di realizzare performances valide dal punto di vista artistico e di essere apprezzata e avere il successo commerciale e anche popolare; in ultima analisi aveva bisogno di questo contatto fisico con il pubblico.
 

Nel campo jazz, l’atmosfera  si raggiunge sapendo quando e come forzare i propri mezzi. C’era in Mimì questa consapevolezza o c’era magari una tendenza a strafare, ad andare un po’ sopra le righe?
La mia opinione è che Mimì avesse molta consapevolezza più di quanto potesse sembrare. Ultimamente, per problemi vocali, a volte, spingeva un po’ con la voce, quasi ad urlare e questo suo ‘forzare’ era il prodotto di una scelta artistica. Aveva scoperto che doveva cantare in un certo modo, ciò non sempre andava d’accordo con il jazz che è una musica in cui la voce deve sapere intrattenere molto. Con Mimì si può pensare ad un jazz più aggressivo, del quale accentuava la componente più viscerale ed emotiva: il modello diventava, quindi, la musica nera, ovvero il blues, piuttosto che quello europeo appartenente alle cantanti raffinate. E’ chiaro che quando si creavano atmosfere musicali più vicine al jazz io accentuavo molto il carattere blues, non mi veniva di fare degli accordi tipici di un jazz anni ’70. Il contrasto tra il mio essere un musicista ‘gemma-raffinato’, come mi riteneva lei, e la sua visceralità veniva superato nel blues che rappresentava il nostro terreno d’incontro.

Può raccontare qualche episodio o curiosità su Mimì?
Ce ne sono diversi. Eravamo andati a fare un concerto a Marrakech e al ritorno eravamo rimasti bloccati a Casablanca. Qui sono venuti fuori i suoi aspetti più caratteristici: una grande ricchezza interiore accompagnata da uno spiccato senso dell’humour. Oppure a Sanremo jazz: lei si sentiva un pesce fuor d’acqua, prima di salire sul palco ripeteva: Io non sono una jazzista, ti raccomando, fai delle introduzioni lunghe per creare l’atmosfera.  E poi, rivolgendosi al pubblico: Stasera sentirete delle cose che hanno a che fare con il jazz, come se lei non c’entrasse.

Che criterio avete seguito nella scelta dei pezzi?
All’inizio dello spettacolo, Mimì preparava canzoni tratte dal suo repertorio e cantate con le basi, come Mimì sarà di De Gregori, Hotel Supramonte di De Andrè, Almeno tu nell’universo, Gli uomini non cambiano. Insieme facevamo E non finisce mica il cielo, La donna cannone, Minuetto, Amanti, Valsinha, Suzanne, La costruzione di un amore; abbiamo inserito spesso Cu’mme, Piccolo uomo, Reginella, in una versione particolare e jazzata, ed Emozioni di Battisti. Tra i brani che sentiva molto Vedrai vedrai e Spaccami il cuore. Un momento di grande impatto emotivo era rappresentato dall’esecuzione di La vie en rose  e  Ne me quitte pas, appartenenti al repertorio di un’artista, Edith Piaf, che ben si adattava al suo pathos interpretativo e modo di esprimere. Qualche pezzo è stato proposto da me, come “Anna verrà”, che a lei piaceva molto. Abbiamo provato più volte “Una notte in Italia” di Fossati, anche se non l’abbiamo mai inserita nella nostra scaletta. E negli ultimi tempi, mi aveva anche chiesto di scegliere alcuni brani che poi avremmo discusso insieme, tratti dal repertorio di Tom Waits e Randy Newman, ma non c’è stato il tempo.

Scaletta brani:
E non finisce mica il cielo
La donna cannone
Suzanne
Valsinha
Amanti
Minuetto
Piccolo uomo
La costruzione di un amore
Vedrai vedrai
Spaccami il cuore
La vie en rose
Na me quitte pas
Anna verrà
Reginella
Emozioni
Cu’mme

Intervista realizzata da Pippo Augliera, pubblicata integralmente sulla fanzine Chez Mimì n.24 e parzialmente nel libro La regina senza trono.

lunedì 16 settembre 2013

Trionfo per Mia Martini in concerto : Mimì degli eccessi in guerra con i suoi sentimenti di Marinella Venegoni


 
La saga di una donna tormentata da
Minuetto e Piccolo uomo fino a Lacrime. Calore umano totale sincerità senza rete.

Non è certo la pazienza che manca a Mia Martini. Paragonata a quella di altri interpreti di ben minore levatura, la sua carriera artistica è stata una specie di martirio lento, un saliscendi vertiginoso punteggiato di successi forti e silenzi lunghi, ripensamenti personali e stupide maldicenze. E ogni volta, per 22 anni si è dovuta tirare su le maniche e quasi ricominciare. Per fortuna, non le manca neanche l’ironia. Ed eccola, a 45 anni e con la vittoria morale di Sanremo in tasca, debuttare con uno show maiuscolo, intitolato Per aspera ad astra, più aspera ed astra di così non sarebbe umanamente possibile.

Il primo concerto del tour, l’altra sera al Palazzo dei Congressi  di Bologna, ha rivelato un allestimento finalmente degno del personaggio. Pepi Morgia (che sta preparando il tour mondiale di Elton John) le ha costruito una regia essenziale, con pochi ed elegantissimi grandi fasci di luce bianca, un leggio, una sedia dove far talvolta quietare il sentimento del canto. Alle spalle, come un sole, la grande cipolla affettata simbolo dell’ultimo album “Lacrime”. Perché di lacrime gronda non solo l’lp, qui appena accennato, ma tutto il recital che ripercorre i successi di questa faticosa carriera: quello della matura ragazza di Bagnara Calabra è un mondo esagerato ma vivo, palpitante, credibile, e ha trovato sulla su strada gli arrangiamenti di Mark Harris, eccellente tastierista americano collaboratore di De Andrè e Gaber, che ha costruito atmosfere blues, jazz e di etno musica.

La sofisticatezza di Harris placa bene gli eccessi di Mimì, vestita Armani. Smoking nero nella prima parte, smoking bianco nella seconda, corta zazzera nera. Calore umano totale, sincerità senza rete. In sala, urli e invocazioni partecipi di un pubblico misto, ragazzi, coppie eleganti e pittoreschi travestiti, gente che vive i sentimenti in modo maiuscolo, proprio come li canta lei che però sempre si concede una via di fuga con una risata amara. Stazioni di un rosario sull’universale cattiveria maschile, le canzoni cominciano con la sanremese Gli uomini non cambiano e subito si proiettano all’indietro con Padre davvero qui in un lamento blues. Mia chiede: ‘Ma sei sicuro che sia tua figlia?’, fra interrogativi devastanti a catena, un po’ confusa appare Piccolo uomo, grande successo 1972. A volte è rovinosa l’ansia di trasformare un brano troppo sentito. Un delicato tocco di cembalo elettronico ripropone Minuetto (‘Vieni sempre a casa mia/ quando vuoi/ sono sempre fatti tuoi) e Inno è un incontro elegante di basso, batteria e canto. Mia sostiene di esser senza voce, ma bisogna vedere con che classe domina le raucherie e le trasforma in sussurri dolenti.

venerdì 6 settembre 2013

Le Grandi Voci: Mia Martini (Estensione, versatilità, tecnica, interpretazione)


 
La carica emozionale caratterizza in modo molto personale i brani interpretati da Mia Martini. La critica è stata concorde nel riconoscere il talento e la grande versatilità vocale di Mia Martini, soprattutto negli ultimi anni della carriera.

 
La versatilità della voce

L’intera carriera di Mia Martini testimonia di una vocalità multiforme e capace di modificarsi con l’evolversi della tecnica e degli interessi musicali. All’inizio degli anni Sessanta, con il nome di Mimì Bertè, venne scelta da Carlo Alberto Rossi per incarnare le illusioni e la voglia di vivere della generazione di adolescenti che stava progressivamente diventando il nuovo punto di interesse dei discografici. Aveva poco più di quindici anni e la sua voce squillante, ma priva di particolari sfumature, si confrontava con motivetti di scarse pretese come “E adesso che abbiamo litigato” o “Il magone”. L’immagine era quella di una delle tante protagoniste ‘usa e getta’ di un genere, il cosiddetto yè yè, destinato a tramontare rapidamente per lasciare il posto a nuove musicalità filtrate dall’irrompere prepotente sulla scena musicale dell’esplosiva esperienza del rock. La caratteristica dei cantanti di questo genere era la loro sostanziale intercambiabilità: volto da adolescente ribelle ma non troppo, un filo di trucco, una tecnica in base ai limiti della sufficienza, il tutto accompagnato da arrangiamenti leggeri e ritmati. Non erano in molti a scommettere sul futuro di questa ragazzina, tanto che nessuno si sorprese della sua rapida scomparsa dalle scene. In realtà il silenzio nascondeva un periodo di studio destinato a determinare una vera e propria rivoluzione vocale e interpretativa. Al Festival d’Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio, nel 1971, pochi riconobbero in quella Mia Martini che, accompagnata da una solida formazione rock costruita attorno al batterista inglese Gordon Faggetter, aveva entusiasmato pubblico e critica, la stessa Mimì Bertè sbarazzina e spensierata degli anni Sessanta. Dal bozzolo dell’adolescente impacciata era nata una nuova farfalla, con una gestualità provocatoria e una voce ricca di sfumature, estremamente duttile e capace di interpretare efficacemente le inquietudini delle giovani generazioni di quegli anni. L’album OLTRE LA COLLINA è ancora oggi una straordinaria testimonianza di come la sua vocalità potesse essere il punto d’incontro tra generi e tecniche diverse, portando a sintesi l’esperienza del rock, del rhythm and blues e della musica leggera italiana. I suoni sporchi e il linguaggio provocatorio di brani come “Padre davvero” o “Amore…amore…un corno!” si mescolavano con la limpida vocalità di canzoni come “Gesù è mio fratello”. Determinante in questa evoluzione fu anche la collaborazione con il quartetto nero dei Four Kents che parteciparono alla registrazione dell’album. Da quel momento iniziò un ulteriore processo di crescita, destinato a portarla rapidamente al vertice delle classifiche. Svestiti progressivamente i panni della provocazione, si trasformò in un’interprete di classe di brani sempre più impegnativi. Più del mutevole consenso del pubblico, i premi della critica, raccolti in grande quantità soprattutto negli ultimi anni della sua lunga e tormentata carriera, stanno a dimostrare il talento e la grande versatilità vocale di quest’artista cui non fecero mai difetto né il coraggio di rinnovarsi, né la caparbietà.

 L’estensione vocale

La capacità della voce di Mia Martini di misurarsi con salti di tono piuttosto impegnativi non è sorretta da una grandssima estensione naturale anche se le tre ottave sono tranquillamente alla sua portata. Essa è piuttosto da ricercarsi nell’abilità di migliorare le sue già buone doti di fondo con lo studio e l’applicazione, a dimostrazione di come lo strumento voce sia un meccanismo duttile e suscettibile di grandi progressi. L’urlo blues strozzato e angoscioso delle sue prime interpretazioni degli anni Settanta diventa, con il procedere della carriera, un acuto grintoso sostenuto da un’emissione di notevole potenza e da un eccellente vibrato.
 

 
La tecnica vocale

Trascurando per ovvie ragioni d’inconsistenza musicale, il periodo adolescenziale dei primi cimenti artistici, dal punto della tecnica vocale la carriera di Mia Martini può essere divisa in due momenti fondamentali. Il primo, rappresentato dall’album OLTRE LA COLLINA, è quello nel quale prevale la scelta di dare i colori del blues alle melodie del nascente rock italiano. In questo periodo la sua voce affronta in modo diretto, senza l’addolcimento del vibrato, le spigolosità dei brani che interpreta. Il suo rapporto con la musica e il testo delle canzoni è diretto e di grande drammatizzazione. La voce, carica d’emozione, si fa roca sulle tonalità basse e, quando l’interpretazione lo richiede, sa diventare un urlo inquietante sui toni alti. Già in “Piccolo uomo”, però, non è più così. Il vibrato inizia a sostenere la potenza dell’emissione e la voce incrementa la gamma delle proprie sfumature. Le variazioni improvvise di volume, l’uso misurato della potenza diventano, con il passare degli anni, una caratteristica costante dell’interpretazione, anche se si nota una certa riluttanza a modificarne la personalità timbrica, Mia Martini resta sempre se stessa. Come le grandi cantanti jazz, non usa la tecnica vocale per adattarsi alle esigenze dei brani interpretati, ma, al contrario, attinge al proprio patrimonio di conoscenze musicali per disarticolarli e farli diventare parte di sé. Esemplare, a questo proposito, è l’album MIEI COMPAGNI DI VIAGGIO, nel quel riesce a dare una nuova e originale personalità a canzoni famosissime di grandi autori internazionali.

 

martedì 27 agosto 2013

Mia Martini : una donna distrutta dalla cattiveria degli ‘amici’ di Diego Dalla Palma


 
Voglio parlarvi della morte di una donna davvero unica e straordinaria: Mia Martini. L’ho conosciuta molto tempo fa, Mimì, e ho avuto con lei, pur non frequentandola, una precisa e perfetta intesa. Sempre. Quanto ha sofferto, lo sa solo Iddio. E’ stata per anni isolata dal mondo delle note dorate solo perché qualche idiota, di natura cialtrona, l’ha fatta passare per una che portava iella. Per questo è rimasta ‘segregata’ per anni, nella campagna umbra. Ma ricorderò sempre, in tempi già ‘sospetti’ per l’imbecillità di troppi, una splendida serata, carica di stelle dai mille bagliori, di corse in autostrada sotto la luna, di quella sua voce magica e inconfondibile e di un suo forte e commosso abbraccio. Ricorderò sempre i suoi occhi scintillanti di lacrime trattenute quando le dissi, tenendole le mani: ‘ Hai vinto la stupidità umana, Mimì’. E ricordo, bene, che quella fu una delle serate più belle della mia vita. Per tanti eventi fortunati che caratterizzarono le ore di una notte stregata dallo splendido mistero degli enigmi del cielo in cui le tenebre non riuscivano a dominare i bagliori. Ore, Mimì s’è andata. Come e perché, in fondo, poco conta. Era intelligente, sapeva dire cose che pochi sanno dire e cantare come pochi sanno cantare. Era generosa. Zingara. Altruista. Appassionata, e profondamente pulita e onesta. Ed era anche, a modo suo, bella. Sì: bella! Alla faccia di tutti gli ‘esperti’ che, quando si trattava di coinvolgerla nel settore, spesso insulso, in cui io lavoro, storcevano il naso in modo evidente. Ora, forse, qualche piccolo rimorso aleggia nei loro pensieri e nel loro discutibile e corto metro di valutazione. E i tromboni del mondo dello spettacolo, quelli che si toccavano i loro inutili attributi, quando la si nominava, che diranno? Sarò io a dirvi qualcosa: toccatevi ancora una volta. Perché la vera iella è la vostra banale esistenza. E abbiate, se avete un cuore e un pizzico di sensibilità, il coraggio di abbassare il capo. E vergognarvi. Io, che niente sono e niente posso, ricorderò Mimì per quello che era: un grande, immenso temporale, in un mondo arso dalla siccità.

P-S- Prima di consegnare questo articolo ho fatto in tempo ad assistere al day after e alla solita scandalosa sceneggiata del solito scandaloso dolore di circostanza e alla vergognosa retorica di molti. Fra i tanti addolorati anche certi giornalisti, certi parenti, certi discografici e certi cantanti. Gli stessi che, quando la incontravano, alzavano, dal pugno chiuso, l’indice e il mignolo. Perdonali, Mimì. Buon viaggio.
 


venerdì 23 agosto 2013

E alla fine Sanremo salvò Mia Martini. Articolo di Gino Castaldo


 
Dopo anni di ingiustizie, la cantante torna al successo.
Lunedì sera è in concerto al Sistina

Se fosse un cantautore, si avrebbe buon gioco a svelarne un indicativo anagramma: ‘intima rima’, ma anche essendo sostanzialmente un ‘interprete’, Mia Martini (che canterà al Teatro Sistina lunedì 18 maggio) ha effettivamente cercato di tirar fuori dalla sua voce le ragioni del cuore, una rabbiosa e viscerale potenza che non ha mai mancato di stupire i suoi innumerevoli estimatori. Ma a volte la voce non basta, e alla fine Mia Martini è stata protagonista di una delle più incredibili storie che abbiano popolato il nostro mondo dello spettacolo.

Al suo esordio, nei primi anni Settanta, Mimì Bertè, in arte Mia Martini, aveva colpito favorevolmente il pubblico italiano, e in pochi anni si era costruita un ruolo piuttosto unico nel panorama nazionale. Aveva, intanto, una splendida voce, ma soprattutto sembrava una delle poche, se non l’unica, interprete femminile a stare al passo con i tempi, a parlare il linguaggio della musica pop, coniugando con una certa raffinatezza la tradizione melodica italiana a quello che in quel periodo il gusto musicale per il mondo imponeva. Sembra poco, ma in Italia in quel momento le interpreti femminili, pur bravissime, erano tutte in qualche modo classiche, molto meno legate alla freschezza del nuovo gusto imperante.

Mia Martini trovò la sua strada in questo equilibrio, con ottimi risultati. Nulla di rivoluzionario, ma quanto basta per essere rispettata anche da chi preferiva musiche più avvincenti e innovative. Era l’epoca di “Piccolo uomo”, “Agapimu”, “Padre davvero”, “La costruzione di un amore” e tante altre. Poi la catastrofe. Grazie ad una serie di incredibili maldicenze, nell’ambiente musicale si creò un deciso e sempre più insormontabile ostracismo nei suoi confronti, al punto da stroncarle la pur promettentissima carriera. Per anni e anni di lei non si è sentito più parlare, col pubblico che, ignaro, aveva finito col dimenticarla, e l’ambiente della musica ben consapevole invece di questa profonda e assurda ingiustizia, le cui ragioni forse sono da ricercare nel suo temperamento, spigoloso, poco accondiscendente, qualche volta arrogante.

Sono stati anni di buio, fino a quel fatidico Sanremo del 1989, che può giustamente essere indicato come il momento della rinascita. Con l’aiuto di alcuni amici disposti a sfatare le assurde maldicenze che l’avevano colpita, fu deciso di farla partecipare al festival con un pezzo di grande effetto, dal titolo “Almeno tu nell’universo”, valido proprio perché riusciva a mettere in luce le sue qualità vocali. L’esperienza andò bene, e da quel momento si è finalmente rotto quel muro di ostilità che le impediva letteralmente di svolgere il suo lavoro, con un crescendo che porta al secondo posto ottenuto al festival di Sanremo di quest’anno. Si potrebbe dire che almeno per una volta il tanto criticato festival sia servito a qualcosa, quantomeno a riportare attivamente nel nostro panorama canoro una voce che non poteva mancare. L’incasso realizzato per il concerto di Mia Martini sarà devoluto in beneficenza all’Associazione per la cura del bambino cardiopatico.
 
Gino Castaldo per Music Box 1992

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domenica 18 agosto 2013

Intervista a Ivan Cattaneo. Mia Martini: Una grandissima voce e un enorme talento

 
Ivan Cattaneo concede a Chez Mimì un'intervista  nella quale parla della sua carriera e naturalmente di Mia Martini.
  Personaggio di tendenza negli anni '70 e grande icona degli anni '80, tra avanguardia e provocazione, look e diversità. Cantautore atipico con dischi alternativi; esperto look-maker ed inventore di personaggi. Ha lanciato e curato il look punk della prima Anna Oxa nel 1978. Poi, il grande successo personale con il brano "Polisex" nel 1980 ed il clamoroso trionfo discografico negli anni '80 con il revival ultramoderno di "Italian Graffiati", "Bandiera Gialla" e "Vietato ai minori", la trilogia dedicata alle cover di brani anni '60, una moda da lui lanciata e tuttora in voga. A seguire, il volontario esilio dal mondo dello spettacolo interrotto di recente da una ripresa ma non chiassosa attività live che alterna ad una serie di spettacoli multimediali in spazi atipici come chiese e locali alternativi.
 
D. Ci vuoi parlare di questo tuo nuovo percorso multimediale? In che cosa consistono queste tue nuove performance artistiche?
R. E' la mia voglia di cercare di amplificare il ristretto mondo della canzone completandolo con immagini, video, gestualità, danza e, ove possibile, gusti e profumi.

 D. Artista notoriamente poliedrico,  ti sei cimentato anche nel musical. Sei stato, infatti, la guest-star, nei panni del faraone, del cast di Joseph e la strabiliante tunica dei sogni, adattamento in italiano dell'opera di Tim Rice. Sei soddisfatto di questa esperienza?
R. Moltissimo, e poi per me è un'esperienza nuovissima e terapeutica. Io sono un artista anarcoide, abituato ad esibirmi da solo…qui invece siamo tantissimi in scena…è come se stessi facendo il servizio militare eh eh eh eh eh….

D. Negli ultimi anni hai accentuato il tuo aspetto spirituale di uomo e di artista. Raccontaci di questa tua evoluzione…
R. …E' stata durissima…ho abbandonato il mondo della musica e non la musica, naturalmente! Mi sono rifugiato in una casa isolata dal mondo insieme ai miei cani e a pochi amici. E ho cominciato a praticare l'amore, la visione differente della vita che non è solo lavoro, soldi, desideri, rapporto di coppia, famiglia, stress eccetera….Attraverso la meditazione, ho praticato modelli nuovi relativi al cibarsi, comportarsi e muoversi nel mondo. Gran parte di questi insegnamenti li devo al mio maestro indiano Osho morto dodici anni fa. Tutti i maestri sono importanti da vivi, perché quando muoiono ci costruiscono delle religioni che tradiscono in parte la natura del loro insegnamento, per questo ho deciso di percorrere la mia strada da solo, senza Buddha, senza sacerdoti, senza altri tramiti tra me e Dio!


 D. Questa fanzine è dedicata a Mia Martini. Fra i tuoi colleghi, sei stato tra i primi a firmare affinché il premio della Critica del Festival di Sanremo venisse intitolato a Mimi'. Sappiamo anche che l'hai conosciuta. In quali occasioni?
R. Per un certo periodo abbiamo avuto lo stesso impresario di Padova, Tosetto. Mi ricordo una bellissima tournèe fatta in Sicilia, lei vestiva con scarpe da ginnastica, tutte dipinte a mano da lei stessa, era molto schiva e lunatica ma bastavano pochi sguardi perché si aprisse totalmente. Era un po' stanca di tutte le dicerie su di lei, era secondo me una donna che aveva bisogno di essere amata da qualcuno che le facesse sentire il vero peso-profondità dell'amore. Forse aveva gente intorno a lei che voleva solo succhiare l'ultima linfa…sfruttarla e poi… E' purtroppo la storia di tutti noi cantanti che se non ti sai proteggere…se sei troppo vulnerabile, sono pronti a risucchiarti nel vortice del profitto musicale e basta.

D. La tua opinione su Mia Martini artista e cantante…
R. …Una grandissima voce e un enorme talento gestiti da gente troppo inferiore alla sua grande potenzialità.


 D. Il nostro club da anni porta avanti l'intento di realizzare un disco-tributo a Mimi' con i suoi brani interpretati dai suoi colleghi/e. E' gradita la tua partecipazione….
R. …Sarò felicissimo di partecipare…fatemi sapere.

Intervista realizzata da Salvatore De Falco e apparsa sulla fanzine Chez Mimì n° 30


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martedì 13 agosto 2013

Ron: Ho sempre ammirato il modo di cantare di Mia Martini. Intervista di Chez Mimì


 
In occasione dei concerti abbinati alla Mostra del Cinema del Lido di Venezia, sono riuscita ad incontrare Ron prima che effettuasse le prove del suo spettacolo. Si è dimostrato subito una persona gentile e disponibile a parlare, soprattutto dopo avere saputo che ero una componente di Chez Mimì.

 
Ci puoi dire la tua opinione su Mia Martini come artista e come donna?

 …Mimì…, dico subito che non sono amico suo, nel senso che non la conosco in maniera così stretta da considerarmi tale, ma è  una persona che io stimo molto da lontano, dal momento che ci vediamo molto poco.

Ho sempre ammirato il suo modo di cantare  e  di essere così coerente con se stessa, anche le canzoni che interpreta sono assolutamente in sintonia. Secondo me, però gli autori non hanno sempre fatto uno sforzo così grande per scriverle brani all’altezza, mi spiego meglio: lei  è  più brava delle canzoni che canta, sebbene molte siano belle. Ad esempio, credo che Almeno tu nell’universo sia un capolavoro assoluto  e lei, infatti, è perfetta. Quando la ascolto, ancora adesso, alla radio, mi viene la pelle d’oca, provo una grande emozione.