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venerdì 24 ottobre 2014

Intervista con Mia Martini. Ho sconfitto la sfortuna


Dopo anni difficili la cantautrice Mia Martini, sorella di Loredana Bertè, torna alla ribalta con un nuovo disco, un nuovo amore  e  un nuovo stile

Mia Martini, oggi meglio conosciuta come la sorella della più nota Loredana Bertè, in realtà si chiama Domenica Bertè, per gli amici  “Mimì”. E appunto  “Mimì”  è  il titolo che ha scelto per il suo nuovo album, che segna il rilancio di questa cantautrice tra le più brave di casa nostra. Come la sorella,  è  nata a Bagnara Calabra nello stesso giorno, il 20 settembre, ma tre anni prima, nel 1947.

Non molto alta, tocca appena il metro e 64 centimetri, Mia Martini ha i capelli nerissimi, come il carbone. Una volta li portava lunghi, alla Milva, fino a metà schiena. Oggi, invece li ha tagliati corti, ha inforcato un paio di occhiali che l’hanno trasformata in una tranquilla  “signora”  e  ha abbandonato quella che  è  un po' la mania della famiglia: i vestiti stravaganti, le mises più incredibili, i colori più violenti accostati senza apparente logicità.

Il fatto  è, afferma Mia, che mi sono sempre vestita come mi sentivo, senza mai avere la preoccupazione di anticipare mode: l’importante  è  che i vestiti siano comodi, pratici e giovani.

In una scala personale di valori Mia non ha dubbi: al primo posto mette l’amore, anche se in tutta la sua vita sono stati i momenti di dolore che quelli di gioia. Subito dopo viene la famiglia. Al contrario della sorella, Mia adora la vita casalinga  e  odia i viaggi. Ai soldi dà poca importanza, come del resto stanno a dimostrare le frequenti rotture con le varie case discografiche, che le sono costate qualche centinaio di milioni. L’ultima risale a tre anni fa quando, dopo la pubblicazione dell’LP “Danza”, che segnava il suo ritorno sulle scene, dopo un periodo di silenzio, la Martini ruppe con i suopi dirigenti perchè volevano imporle altre canzoni. Da qui la decisione, di mettersi in disparte per riordinare le idee e pensare con calma al futuro.

... A vent’anni dal mio debutto nel mondo della canzone, quando scelsi il nome d’arte di Mia Martini per diventare una diva internazionale, e cantavo  “Il magone”, una canzone orrenda di cui ancora oggi mi vergogno, posso finalmente dire che solo oggi sono consapevole di ciò che faccio  e  di ciò che voglio, libera veramente.

A che cosa  e  a  chi, soprattutto,  è dovuto questo cambiamento?

A tante cose assieme, alla maturità raggiunta, come donna  e  come  artista, alla presenza accanto a me  di  Ivano Fossati, un ragazzo d’oro col quale mi sento pienamente felice.

Cosa hai fatto in questi tre anni?

Ho rinfrescato la mia preparazione musicale studiando pianoforte, chitarra  e  armonica  e  in questo modo mi  è  anche tornata la voglia di scrivere canzoni: tutti i brani dell’album, infatti, sono firmati da me.

Quindi si può anche affermare che hai sconfitto le voci secondo le quali tu sei una che porta sfortuna.

Spero tanto di sì, anche se, purtroppo, nel nostro ambiente le cattiverie sono dure a morire. Una volta ne soffrivo, oggi ho smesso di arrabbiarmi.

Hai mai pensato seriamente di smettere?

Tante volte, ma poi  c’ho sempre ripensato. E’ più forte di me, penso che canterò finché avrò voce.

Quando non canti che cosa fai?

Non ho hobby stravaganti  o  curiosi  se  è  questo che intendi. Nel tempo libero sto in casa, leggo libri, ascolto musica  e  cucino. La mia specialità sono le melanzane alla parmigiana, un piatto di cui Loredana  è  particolarmente ghiotta.

A proposito di Loredana, cosa ne pensi di lei?

La considero  e  l’ho sempre considerata un’amica. Ammetto che per lei  è  stato un po' più difficile farsi strada perché quando lei decise di mettersi a cantare io ero già famosa. Ma tra noi non c’è mai stata rivalità, anzi, ancora oggi  è  lei che mi chiede dei consigli su ogni cosa che fa. poi, magari, fa lo stesso di testa sua, però ci tiene al mio giudizio.

Ti piacerebbe avere dei figli?

Sì, moltissimo però per il momento non sono nei programmi. Il mio futuro lo vedo in una casetta al mare, con un orticello da coltivare  e  tanti nipotini  che mi chiamino  Mimì.
 
Intervista apparsa su Eva Express


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mercoledì 15 ottobre 2014

A quattr’occhi con Mia Martini, tra progetti e rimpianti: vorrei andare a vivere per qualche tempo su un’isola deserta


 
Grado – Esistono persone che parlano, parlano e  ancora parlano finché, improvvisamente, trovano qualcosa da dire. Altre, invece, possiedono il dono della tempestività e, senza ricorrere a inutili sofismi, riescono a catturare senza difficoltà l’essenza delle conversazioni esprimendola con sincerità, schiettezza ed arguzia.

Poche parole, misurate, spesso confortate da una coreografia gestuale e da espressioni d’affetto: Mia Martini non cambia molto passando dalla ribalta di un palcoscenico, assediato dal pubblico che pende dalle sue labbra, alla distensiva intimità di un camerino. Quattro pareti spoglie, armi del mestiere gettate alla rinfusa e i soliti cacciatori d’autografi a disputarsi un’occhiata della stella di turno con le ‘bamboline’ in abito da sera che, emozionate fino al rossore, la stella, vogliono solo baciarla.

Dopo il concerto l’atmosfera è sufficientemente tranquilla per chi, come la Martini, è abituata da lustri al soffocante abbraccio della notorietà. Curare di più la coscienza preme in maniera particolare a Mia Martini, da quasi un decennio lontana dalle terre giuliane: Alle volte – dice  essere coerenti risulta particolarmente arduo, ma è la cosa più importante per divenire una persona completa, che deve fare i conti con una severa autocritica. La cantante parla con naturalezza, lieta per una volta di dialogare di un mondo che non sia quell’artistico. Di lei si sa tutto, la sua musica parla da sola e chi l’apprezza sa dove rivolgersi.

Ad una donna non si domanda mai l’età, meglio rifarsi agli anni che dimostra. Avvolta in un abito color sabbia dai veli ribelli, Mia Martini sembra strappata alle ricchezze di una reggia indiana, con i capelli corvino tirati indietro e raccolti in una coda che accarezza le spalle. Più degli altri anni – prosegue – in questo primo scorcio di stagione estiva ho avuto modo di espormi ai raggi del sole e, cosa mai accaduta in precedenza – ammette tra il divertito e il seccato – mi sono scottata le spalle. Quando sono nella mia stanza d’albergo, davanti alla televisione, guardo il telegiornale che mi diverte ma, soprattutto, mi rilassa.

Finalmente qualcuno che riesce a rimanere sereno davanti alle notizie di cronaca. Non vorrei essere fraintesa – precisa l’artista – ma è la vista della faccia di Vespa a farmi impazzire, non i fatti che vengono divulgati. Oggigiorno – e passa ad altro argomento – le ragazze giovani sono così belle che mi danno grande felicità. Non saprei davvero cosa consigliare loro, che vivano con gioa la loro età meravigliosa. Noi artisti, invece, come dice De Andrè, non abbiamo età, e mentre il mondo gira si corre il rischio di perdere la strada della fortuna. Questa è una vera croce – ammette sorniona   poiché non c’è spazio per due vite separate. Come sono lontani, oggi, quei giorni in cui l’assistere ad uno show di Aretha Franklin, mi fece pensare di cambiare mestiere appendendo il microfono al chiodo’.

Si dice che si può imparare di più in una canzone di tre minuti che da anni e anni di studi in una stanza chiusa…

Può essere vero, ma non necessariamente – sorride – si può imparare da tutto, anche dallo sguardo di un bambino; l’importante è essere disposti a raccogliere ‘l’attimo fuggente’. Se potessi – confessa – andrei per qualche tempo su un’isola deserta, con un pianoforte, a vivere in una casetta tra piante di basilico e peperoncino. Vorrei progredire nella musica e nella ricerca. Spesso – rivela – capita anche agli artisti, nel pieno della fama, di guardarsi allo specchio e non piacersi, oppure di non vedere realizzati i propri sogni. E mi piacerebbe – sorride -  vivere, un po’ come una favola, se avessi il tempo di cucinare e preparare un menù stupendo per un uomo.

Una favola che assume i contorni di un romantico sogno nell’umida oscurità di un silenzioso Parco delle rose, nel cuore di una Grado ormai addormentata.

Servizio di Daniele Benvenuti

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domenica 21 settembre 2014

Mia Martini - Oltre La Collina - 1971. Un esordio con il botto



Decisamente non una cantante rock, Domenica Bertè cominciò la sua lunga attività musicale nel 1963 con i primi singoli sotto il nome di Mimì Bertè. Dopo aver cambiato nome in Mia Martini, suonò per un breve periodo all'inizio degli anni '70 con un gruppo chiamato La Macchina ed un suono più vicino al rock. Il nome originale del gruppo, I Posteri, era stato cambiato quando diventò la band di Mia. Nell'estate del 1971 venne contattata dalla RCA che le offrì un contratto, ma senza il suo gruppo di musicisti. Fu con quel gruppo che Mia suonò nel giugno 1971 al "Festival d’Avanguardia e Nuove Tendenze" di Viareggio, organizzato come concorso, e vinse il primo premio, insieme alla Premiata Forneria Marconi e agli Osanna, ma fu con un altro gruppo (comprendente alcuni componenti dei Free Love) che la Martini registrò il primo singolo per la RCA, Padre davvero (RCA PM3589 - 1971), anche se il disco è attribuito a "Mia Martini e La Macchina" in copertina.
Dopo una serie di singoli incisi con il suo vero nome, Mimì Bertè, nel 1970 Mia Martini trova un nome d'arte più convincente grazie ad Alberigo Crocetta, e incide il suo primo album per la RCA Italiana. Oltre la collina comprende molte cover (tra cui The lion sleeps tonight), e altrettanti brani scritti da un giovane e sconosciuto Claudio Baglioni: in Gesù è mio fratello viene affrontato con grande intensità, il tema della fede.
L'album subì varie censure da parte della RAI: La vergine e il mare tratta di uno stupro; il testo di Padre davvero fu giudicato dissacrante, e venne modificato; anche di Amore... amore... un corno fu modificata una parte del testo
 
Il primo brano, "Tesoro, ma è vero", è proprio uno dei due che non fanno parte di questa storia (l'altro è "The lion sleeps tonight") e narra la vicenda di una donna cieca che vede il mondo con gli occhi del suo uomo... straziante il ritornello, nel quale la donna rivolge una disperata protesta a Dio per la sua condizione... angosciante il finale: la donna viene abbandonata dal suo uomo, per il quale, nonostante tutto invoca il perdono del Signore...
"Padre davvero", brano vincitore del Festival di Musica d'Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio, ci introduce nella storia dell'album. Nel brano, da molti ritenuto autobiografico (circostanza, questa, smentita con decisione dalla stessa Martini), una donna si scaglia con violenza contro suo padre, rinfacciandogli tutte le colpe della sua vita, prima fra tutte quella di aver tradito sua madre, incinta di lei... il passaggio “e con mia madre dormivi nel fieno, anche in aprile e di me era piena” destò scalpore in tutti i salotti benpensanti dell'epoca... conclusione epica: la donna chiede a suo padre se è proprio sicuro che lei sia sua figlia... ovvio che una cosa simile non passasse in radio, il testo venne modificato in molti passaggi...
E arriviamo al primo brano firmato da Baglioni, "Gesù è mio fratello" (titolo originale, poi modificato in "Gesù caro fratello" nella versione cd)... nonostante il testo delicato che è un vero e proprio inno alla fede, il brano non passò in radio perchè si riteneva peccato nominare il nome di Dio invano...
Ed ecco la prima cover, "Prigioniero", tratta da "Stop, I don't wanna hear it anymore" di Melanine Safka... qua pare che si tratti effettivamente di un brano autobiografico nella quale la cantante ricorda la sua detenzione nel carcere di Tempio Pausania... Seconda cover tratta da "Into white" di Cat Stevens... brano in controtendenza con il resto dell'album, nel quale una donna parla della sua vita tranquilla nella sua casa costruita con pareti di orzo, cristalli di sole, dove tutto sembra soffuso di rosa e di benessere... ma nemmeno tanto in controtendenza, a dire il vero... è come se la donna tormentata ed infelice della quale si racconta aneli ad un po' di pace e tranquillità... e il brano serve quasi a prendere fiato per affrontare meglio ciò che verrà dopo...
E difatti, ecco irrompere un brano molto violento, cover di "Taking off" di Nina Hart, fin troppo esplicito a cominciare dal titolo, "Ossessioni"... urla di donna, cori incalzanti che spesso coprono la voce della stessa Martini... una ridda di parole che si rincorrono velocissimamente che ci rimandano l'immagine di una donna schiava del marito, della casa e dei figli, una donna disperata che ha dato tanto ma che in cambio non riceverà nulla, visto che il marito sta per mollarla...
"The lion sleeps tonight"... c'è poco da dire... a mio parere nell'album non ci azzecca nulla... forse l'unica funzione è quella di una pausa distensiva che precede il tema della violenza carnale che verrà affrontato dopo...
Ed ecco, difatti, la canzone dedicata allo stupro, "La vergine e il mare"... gli acuti a vele spiegate di Mia Martini narrano con parole fin troppo esplicite per l'epoca, un episodio di violenza carnale, nel quale tuttavia la vittima affonda quasi con un senso di masochistico piacere nel gorgo della violenza e della passione... un vero e proprio pugno allo stomaco... Non poteva mancare la canzone dedicata al suicidio... eccola, firmata da Claudio Baglioni, "Lacrime di marzo"... su una musica struggente, la voce disperata di una donna invoca amore dal suo uomo, ma l'uomo ride della disperazione della sua donna, ride anche quando lei si suicida... la voce di lei, postuma, annuncia il suo suicidio avvenuto il giorno prima e conclude dissacrante: le lacrime di giugno almeno non le piango più...
Dopo la morte per suicidio, non può mancare il "Testamento"... nella cover di "Au voleur", ritroviamo lo zampino di Baglioni... quasi un'ideale continuazione di Padre davvero... con la differenza che ora la donna non si scaglia solo addosso al padre, ma anche addosso alla madre, alla sorella, alla zia e all'uomo crudele della canzone di prima... con la scusa di lasciti ereditari a dir poco particolari, la donna lava in piazza i panni sporchi di tutta la sua famiglia...
Penultimo brano "Amore, amore un corno", firmato dalla premiata ditta Baglioni-Coggio, nel quale l'artista romano si presta a fare da seconda voce, brano con il quale Mia Martini partecipò al Cantagiro 1971 (da ricordare che il Cantagiro quell'anno non aveva classifica)... titolo particolare e dissacrante che annuncia la classica storia della donna che ama alla follia un uomo che non la ricambia di uguale amore... da antologia la coda strumentale del brano...
E arriviamo al capolavoro assoluto di tutto l'album, firmato da Claudio Baglioni, canzone che dà il titolo all'album... il brano nel quale le vicende dei protagonisti arrivano alla loro ideale conclusione non è una canzone... è un testo recitato introdotto dallo stesso Baglioni e da Loredana Bertè al quale si pospone la voce di Mia Martini... sulle note struggenti di Tesoro ma è vero, scorrono le parole tristissime che , come in un flash back, ripercorrono la storia narrata nell'album, storia di una famiglia sfasciata, di un amore infelice, di una violenza carnale e alla fine il suicidio, suicidio che interrompe la vita terrena di questa donna, il cui spirito continuerà incessantemente a cercare l'amore “un amore magari felice, oppure infelice, ma sì, tanto è lo stesso... mi basta solo che sia un amore".




NOTE: Ci sono due prime edizioni con lo stesso numero di catalogo, la prima realizzata nel 1971 e la seconda nel 1972. La prima contiene una serie di fotografie ed una selezione dei testi. La seconda, invece, contiene tutti i testi. E' stato ristampato nel 1974 (RCA PSL 10516 F375) e su CD nel 1991 (RCA ND 74550) Nella ristampa del 1991 la canzone 'Gesù è mio fratello' viene indicata come 'Gesù, caro fratello'. La prima edizione in formato musicassetta e stereotto ha una copertina diversa rispetto al long playing. La foto di copertina si ispira a quella scelta dai Nirvana per il loro 33 giri 'Local Anaesthetic. Ristampato su CD nel 2002 dalla BMG Ricordi - serie "Gli Indimenticabili" - etichetta RCA - catalogo 74321952272. Su questa ultima edizione il testo di "Oltre la collina" è pubblicato anche sull'ultima pagina di copertina.
Fonte: Il parere del GROG

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venerdì 19 settembre 2014

Mia Martini parla del look: dagli esordi a Giorgio Armani


 
 

Negli anni passati ho anche lanciato delle mode….quello della zingara, la bombetta, ma mio malgrado, perché queste sono cose che io indosso e che, magari, se poi piacciono, vengono imitati, non mi sono domandata il perché.. Sarebbe interessante che quelli del mio fans club parlassero del mio look, e non solo della mia musica….trovo che sia bellissimo.
Io, lavorando con Giorgio Armani per il Festival di Sanremo ( ’92 n.d.r.), ho avuto un’esperienza pazzesca, perché mi sono resa conto di una cosa che non avevo capito in quarant’anni dedicati alla musica, pensavo che essa si limitasse a vibrazione e suono ed emozione, invece no, va oltre. Ci sono altre maniere di interpretarle….c’è l’immagine, il potere tramutare anche questi piccoli giochi ironici, molto femminili, tra l’uomo e la donna, attraverso chiaramente la grande arte di uno come può essere Giorgio Armani e trasformarli in tanti particolari splendidi. Per esempio, quelle cravattine che avevo al collo, gli orecchini, sono dei giochi che sono sempre la continuazione della musica.
L’immagine è  bellissima, è importantissima, io sono disposta a sperimentare, fino a un certo punto, la prima cosa, infatti, che ho detto ad Armani, due tre mesi fa, quando sono andata a proporgli di curare questo aspetto, lasciandole naturalmente la cassetta con il provino de Gli uomini non cambiano, il testo, accenni sull’album Lacrime, gli ho detto: io voglio solo te, voglio soltanto i tuoi abiti, però ricordati che ho delle esigenze precise, cioè io devo cantare e per me vuol dire il massimo della concentrazione e assolutamente non posso distrarmi per nessuna cosa.
Io sono una musicista, prima di essere una cantante, per cui ho bisogno, se sono in teatro, devo fare attenzione ai cavi, alle chitarre, alla batteria, agli strumenti, e quindi ho bisogno di un abbigliamento che, sempre conservando questa femminilità, ed è importante, visto che sono una femminuccia (ride), alla fine ritengo sia utile non ricordarmi di avere qualcosa addosso. Se c’è la penza che mi tira o un tacco che mi da fastidio, cose che possono sembrare dei particolari stupidi, ma, in un concerto che dura più di due ore, a lungo andare possono diventare dei grossi problemi. Devi pertanto vestirmi come se io non avessi addosso nulla.
Questa è l’unica esigenza che ho avuto e Armani, che è un grande artista, mi ha risolto questo problema, perché gli abiti che mi ha preparato era come se non ce li avessi addosso, di una comodità incredibile, come avere una tuta.
Mi piacciono tutti gli abiti di Giorgio Armani. Amo la sua eleganza, il fascino sottile delle linee, la ricerca nei tessuti e nei colori, la creatività negli abiti da sera. Con i suoi vestiti, mi sento a mio agio, perfettamente a posto in qualsiasi momento della giornata, e molto femminile alla sera..
Elaborazione del testo: Pippo Augliera
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sabato 6 settembre 2014

Mia Martini racconta il suo legame con Bagnara basato sui ricordi e sull’amore


 
Sono nata a Bagnara e vi sono rimasta soltanto 18 giorni, però non ho mai pensato di appartenere ad altre regioni. Sono tornata spesso a Bagnara, città di mia madre, e a Villa San Giovanni, città di mio padre, per le vacanze. Sono una calabrese purosangue. Tutti i miei parenti più stretti abitano appunto a Bagnara, Scilla, Villa e Reggio. La Calabria è quindi la mia regione.

Le mie radici sono a Bagnara,   le mie radici sono tutto per me, sono la mia sola sicurezza, l’unica cosa certa della mia vita. Io sono la Calabria!  Noi del sud siamo più sanguigni, sentiamo le cose più attraverso l'intestino, sono talmente forti che non ci nascondono mai la realtà, non le camuffano, non attenuano nulla nella loro violenza, sono talmente chiare, anche se sono crude e fanno male.
Da donna volitiva e anche abbastanza autoritaria, perché sono, appunto, di Bagnara Calabra  - lì le donne hanno inventato il commercio – io volevo fare esattamente quello che avevo in testa di fare. Sono stata sfortunatamente aiutata dal destino, perché mio padre si è tolto dalla competizione da solo, nel senso che è andato via dalla nostra vita, si è separato da mia madre, per cui io non dovevo imporre la mia volontà a nessuno, ero praticamente libera. E’ molto triste essere persone libere, credo che sia una delle cose più terribili che possa capitare ad una donna, specialmente quando è giovane.

Ho passato lunghi periodi a Bagnara, in Calabria, il mio paese d’origine con il mio cane che poi è morto. E’ stato un grande dolore, stava con me da 16 anni . Soprattutto  ci sono stata quando ho mollato,  nel 1983: si era spezzato l’equilibrio, e in tutta la mia fragilità sono crollata. Cioè è crollata Mia Martini, la parte esteriore di me, mentre è rimasta, anzi si è liberata la mia vera identità. In quel momento non avevo scelta, era la ricerca di me che dovevo affrontare. Ho rotto con Fossati e mi sono messa alla ricerca di me stessa. Mi sentivo un mostro, come Fossati diceva che ero. Credo, infatti, che non sia giusto per nessuno essere il punto di riferimento totale perché  è  una dipendenza terribile. Ciò dà all’altra persona una grande responsabilità, un bagaglio troppo pesante.    
Io nasco dal mare come una sirena, perché nasco a Bagnara Calabra che è un paese di pescatori, si pesca il tonno, il pesce spada. Come dicevo, io ho avuto bisogno di cercare me stessa e ho cominciato dalle mie origini, cercando mio padre. A Bagnara andavo spessissimo con i pescatori a pescare il pesce spada e il tonno. Ci sono addirittura pescatori che pescano ancora con la fiocina in maniera proprio romantica e il mio pescatore mi ha aiutato a ritrovare dentro di me la strada esattamente come avrebbe fatto il guardiano del faro. Anche lui scrutava, ed era importantissimo, per ore ed ore il mare, sono persone che parlano poco, mi avrà detto cinque parole in due settimane, però mi ha insegnato veramente tantissime cose.

Ho sempre nel cuore il rione Marinella di Bagnara, il sapore del mare, la visione meravigliosa dello Stretto, l’immagine della pesca notturna con le lampare, l’incredibile caccia al pescespada. Mi fermo spesso  a casa di zia Sarina per riscoprire assieme il calore del focolare domestico. Al contrario di molte mie colleghe, io in cucina sono brava. La mia specialità sono le lasagne con il pesto: il basilico lo coltivo sul terrazzo di casa mia, insieme con altri ortaggi. Mi piacciono i sapori della natura, le cose fresche e genuine. Se qualche volta ho dei dubbi telefono a mia zia a Bagnara e mi faccio dare spiegazioni, mia zia è una cuoca eccezionale, è la mia maestra.  Mi ritengo figlia di “Gazziano”, il torrente da cui trae origine la vicenda di Bagnara. Tornare in Calabria è come tornare da mia madre o da mio padre.
Ho dedicato alla mia terra la canzone “Lucy”, poco conosciuta, ma bella, cantata nel nostro tipico dialetto calabrese, anzi reggino, anche se tutte le mie canzoni hanno i colori del Mediterraneo. La parte cantata in dialetto riguarda una filastrocca che mio zio Rocco recitava sempre. Le parole di essa variano, anche se di poco, di paese in paese: io ho scelto ovviamente la versione conosciuta a Bagnara Calabra.
Non mi sento in grado di lasciare messaggi ai miei conterranei ma vorrei semplicemente dire loro di andare sempre avanti, con la forza di volontà che ci contraddistingue per superare i momenti di difficoltà che si presentano. E di avere sempre fiducia nel domani, in un domani migliore che premi le aspettative e i sacrifici compiuti.
Dichiarazioni tratte da diverse interviste. Elaborazione di Pippo Augliera

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sabato 30 agosto 2014

Le zampate di Mia Martini. Intervista di Marco Mangiarotti


Milano - Mimì ha attraversato la città per raccontarci di Napoli e jazz, prima di preparare le valigie per Sanremo. Ha finito il servizio fotografico di Mia Martini, sotto la supervisione di Aldo Coppola e Giorgio Armani, che ha voluto partecipare all’arrangiamento del disco. Come? Studiando dettagli ironici – rivela Mimì -, dei simboli della femminilità maliziosa di tutti (uomini compresi). Mimì è oggi in pace col suo doppio perché dopo un canzoniere amoroso, il disco “live” e jazz con Maurizio Giammarco, i duetti napoletani con Roberto Murolo, arriva un album vero. E un pezzo capace di cambiare Sanremo.
Vado in questa girandola mostruosa, che mi ha già fatto venire i foruncoli sul naso – precisa -, solo per promuovere il mio album’. Si parla allora di “Gli uomini non cambiano”, scritta dal gruppo di Bigazzi, un testo che dice esattamente quello che succede nella vita: uomini che cercano di cambiarti a loro immagine e somiglianza, storie che ti fanno crescere “oltre” il problema; finchè arrivi a pensare che è giusto che sia così. Ma riduttivo: con loro, dopo l’adolescenza, puoi solo avere un rapporto materno ( se incontrassi uno che ha capito farebbe certo bip bip come i marziani…)
Il problema di Mimì-Mia è che non riesce più a cantare canzonette: A 45 anni certi discorsi “normali” mi annoiano, se non sono coinvolta visceralmente. Per questo ho chiesto ai miei autori cose “depravate” come “Uomini farfalla” di Maurizio Piccoli: lui presenta a lei l’altro, lei se ne invaghisce e lo vuole sedurre. Ma quando va all’appuntamento erotico scopre che erano i due amanti maschi a condurre le regole del gioco. Gli altri autori sono Bigazzi-Dati-Falagiani, Antonacci (“una lettera dal fronte”), Cavallo. E “Scenne l’argiento” di Gragnaniello, forse il mio autore preferito. “Lacrime” di detersivo piange la cipolla della copertina di Guido Harari, di detersivo vorrebbe morire la casalinga che protesta contro le "strafighe in grembiule" della pubblicità.
Mimì pensa per il futuro a un’antologia napoletana antica – come la farebbe Roberto De Simone – e moderna: Facendomi tenere per mano da Enzo Gragnaniello, seguendo i consigli di Roberto Murolo. Ho cantato a Napoli davanti a 8mila persone ( compresi i ragazzi del penitenziario di Nisida). Mentre anche i muri ripetevano le parole di “Cu’mme”, la canzone di Enzo che canto con Murolo nel suo album.
Marco Mangiarotti 1992
 
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