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sabato 21 maggio 2011

Mimì Mia Martini, la dedizione fatta persona. Intervista a Ivano Fossati



Un incontro con Ivano Fossati è sempre un evento ricco di emozioni e sorprese.
Pubblichiamo un’intervista, raccolta dal Prof. Menico Caroli nel 1998, in cui il volatore Fossati si concede con straordinaria disponibilità al racconto di una delle pagine più intense del suo diario di uomo e di artista. “Quello tra me e Ivano - dichiarò una volta la Martini - è stato l’incontro tra la freccia del sud e la freccia del nord. E Dio solo sa se si sono viste le scintille!”. A rileggerlo oggi, questo incontro ci sembra soprattutto una simbiosi d’amore tra due artisti della parola cantata: “parole mie che divenivano più sue - spiega Fossati - perché rivestite di uno spessore umano tale da arricchire o completare il significato di quello che io, come autore, avevo voluto esprimere in quel momento”.

Domanda di rito: il suo primo incontro con Mia Martini.
L’anno dovrebbe essere il 1977. Eravamo alla RCA, a Roma, dove collaboravo con Antonio Coggio, grande amico di Mimì, che stava producendo il mio quarto album, “La casa del serpente”. Ci conoscemmo a casa sua. Un incontro assolutamente casuale. Probabilmente fu lui a farle ascoltare dei brani che avevo scritto in quel periodo. Il nostro primo incontro, in sala d’incisione, fu il duetto di Anna di primavera, che faceva parte de “La casa del serpente”. Io ero felicissimo: ospitarla in un mio disco equivaleva a un primo, importante riconoscimento. Vedevo questa grande artista che cantava per me e quasi non ci credevo. Certo, oggi sappiamo bene cos’è stata Mia Martini, ma devo dire che già allora lei godeva di una grande stima da parte degli addetti ai lavori e, in particolare, dei musicisti.

La prima impressione che ebbe di lei?
Fu esattamente uguale all’ultima. Rimasi conquistato dal suo entusiasmo, dalla sua forza dirompente. Colpito dalla sua semplicità e soprattutto (ma questo l’avrei capito meglio col tempo) dal fatto che Mimì era una monomaniaca della musica. Posso dire che, di tutti i musicisti e gli artisti che ho incontrato nel corso della mia vita, lei è stata una delle persone più autenticamente interessate alla musica.

La musica come unica ragione della sua vita?
Magari è riduttivo. Sarebbe come dire che non aveva altri interessi, mentre Mimì era una donna curiosa, che amava leggere, informarsi, approfondire. Direi piuttosto che aveva per la musica la stessa dedizione di un grande musicista. Sì, dedizione… Penso che sia la parola più giusta. Mi colpiva la forza e l’entusiasmo con cui entrava nelle cose. Pregi inusuali, oggi come allora. Un’impressione mai alterata dal trascorrere del tempo.

E del “prima”? Della cantante da hit parade, quella di Piccolo uomo e Minuetto, che idea s’era fatto?
Quel successo, il fatto di essere così amata dal pubblico e dalle masse, non l’aveva privata del grande merito di essere anzitutto un’artista adorata dai musicisti. Una cosa che mi ha sempre colpito di lei, già prima di conoscerla. A quei tempi credo che fosse una delle pochissime cantanti italiane di cui i musicisti comperavano i dischi. E io ero tra quelli. Mi piaceva molto. Mi ricordo che, prima ancora del ’77, ci eravamo incrociati già una volta, mi pare in radio…

Sì, per uno dei Concerti di Supersonic…
Sì, bravo. Era uno di quei concerti dal vivo, trasmessi dalla radio, senza la protezione del playback. Un disastro (ride). È vero, fu quella la prima occasione in cui ci sfiorammo.

Anche se, a voler essere pignoli, già a Viareggio, al Festival d’avanguardia e nuove tendenze del ’71, eravate entrambi iscritti alla gara: Mia Martini & La Macchina, Fossati coi Delirium.
È vero. Ma in quell’occasione i complessi si esibivano l’uno a distanza di molte ore dall’altro. E poi c’era un tale caos. Però mi ricordo bene di lei già da allora, anche perché era molto attesa dai giovani e, ripeto, dai musicisti. Come dire che, in una conversazione sui tuoi gusti musicali, potevi dire di amare i Led Zeppelin e Mia Martini e non correre il rischio di sfigurare. Era un’esponente italiana di quelle forti, amata almeno dall’80% dei giovani di allora.

Al 1977 risale anche la sua prima collaborazione in un album di Mimì, “Per amarti”, per un brano dei Supertramp, Give a little bit.
Sì, in effetti, fu quella la mia prima collaborazione in un suo disco. La canzone, comunque, l’aveva scelta lei. La variabile fu affidare a me la stesura del testo italiano. Non si trattava di una traduzione, ma di un adattamento, come usava in quegli anni. Quanto ai pezzi originali, scrissi per lei il testo e la musica di Sentimento, che fu incluso in quello stesso album.

Grazie a Leandro Leandri, ho potuto effettuare ricerche negli archivi della ex RCA, oggi Bmg-Ricordi, dove ho trovato due versioni inedite di questo brano: una con un testo alternativo, nota come Sotto i jeans, e una versione inglese, intitolata Listen me. Ricorda qualcosa di queste incisioni?
Non ne ho la più pallida idea, anzi lo apprendo ora. La versione inglese mi fa pensare a un probabile progetto per l’estero. La RCA era molto attenta a queste cose.

Poi, nel ’78, ci fu il passaggio di Mimì alla WEA. Che ruolo ebbe in quella decisione?
Nessun ruolo in fase contrattuale. Come autore, potei fare di più, tant’è vero che il suo primo 45 giri prodotto dalla WEA era incentrato su una mia canzone, Vola.

Si dice che fosse destinata a Patty Pravo…
No, la proposi subito a Mimì. Sennonché, a mia insaputa, la RCA la fece provinare a Nicoletta. Venne fuori una versione stranita, per giunta tagliata, che a me non piacque. Mi opposi e lì per lì non uscì. Sarebbe stata pubblicata molti anni dopo.

Anche se la Strambelli la propose una volta in Tv, a Stryx, proprio nel 1978…
Esatto (ride). Ma ribadisco che Vola era destinata a Mimì. Ricordo che ci eravamo incontrati a Genova, per puro caso. Lei cercava materiale per il nuovo disco e io le dissi che avevo composto questo pezzo quattro giorni prima. Lo ascoltò e lo incise. Ancora oggi penso a Vola come a una canzone istantanea, di quelle che ti piovono dal cielo.

Un periodo di grande ispirazione…
Sì, ma sono casi abbastanza rari. Cose che, in genere, accadono a compositori giovani. Comunque, rimane un pezzo a cui sono legatissimo. L’idea di avere un’artista del calibro e della forza di Mimì, per un brano nato così velocemente, mi affascinava. Penso che anche lei abbia amato molto questa canzone.

Infatti, è uno dei rari titoli del suo repertorio ripreso in altri dischi. Sì, ricordo la versione jazz dell’album live realizzato con Maurizio Giammarco. Io stesso l’ho ripresa in diverse occasioni.

 

Con “Danza”, Lei ha scritto il capitolo forse più importante della discografia di Mia Martini. Dalle foto di copertina emergeva l’idea del lavoro d’équipe…
Effettivamente, per la realizzazione di “Danza”, lavorammo in maniera inusuale. Ci chiudemmo in studio per due mesi, avendo a disposizione un gruppo di musicisti tutto nostro. Eliminammo i turnisti (cioè i musicisti che entrano in sala, suonano e se ne vanno) per creare una band che potesse seguire tutte le fasi della lavorazione. Le musiche e gli arrangiamenti venivano discussi insieme, perché predominava lo spirito di gruppo ed era importante che ognuno esprimesse il proprio punto di vista. Il nostro motto era “lavorare, provare e sperimentare insieme”, come se Mimì fosse la vocalist di un gruppo affiatato. E devo dire che era molto bello avere questa grande artista circondata da musicisti che suonavano per lei, che lavoravano per promuovere la sua realizzazione…

Come giudica oggi questo disco?
Ritengo che ci siano dei pezzi riusciti e altri che mi soddisfano meno. Ma, in definitiva, penso che lo spirito da cui nasceva è a tutt’oggi salvo, intatto. Le canzoni, al di là dei difetti o delle ingenuità che io, come autore, posso scorgervi, rendono bene quella che era la nostra idea di gruppo. Il sentirci tutti uniti come in una band; la voglia di ideare, inventare e dare il meglio per Mimì… Oltretutto ricordo quel periodo come uno dei più divertenti che abbia vissuto nella mia carriera. In genere, questo mi succede quando lavoro in maniera “alternativa”, inventandomi giorno per giorno qualcosa di nuovo. Ogni volta che ciò è accaduto, sono venuti fuori dischi che mi sono rimasti “dentro”, come “Ventilazione”, di cui “Danza” è per molti aspetti un prototipo. Insomma, è stato un album importante sia per me sia per Mimì. Rimanemmo molto legati a quella esperienza…

E i discografici?
Li ricordo preoccupatissimi. In verità, “Danza” non costò né una lira né una settimana di lavorazione in più rispetto a un disco tradizionale. Quanto ai risultati, ci procurò un grande star bene e anche un discreto risultato in fatto di vendite. Lo ritengo un disco destinato a lunga vita.

La scelta di Danza come brano di punta e come titolo dell’album fu contrastata?
Non direi. Non avevamo dubbi, forse sbagliavamo, ma ci pareva il pezzo più adatto a rappresentare il filo conduttore dell’album.

Dunque è consona la definizione di ”Danza” come concept-album?
Sì, direi che era un disco prossimo alla formula concept. Anche perché era costituito da canzoni scritte in uno stesso periodo: lavoravo solo su quelle. Per cui è naturale che i testi parlassero, in maniera diversa, quasi della stessa cosa.

Il pezzo che mi ha colpito di più è La luce sull’insegna della sera, che mi sono permesso di riproporre in una recente compilation realizzata per la WEA. Una straordinaria descrizione del “mal di vivere” o cos’altro?
Ho voluto rappresentare il senso di un disagio, più che di una depressione. Un tema che ho posto anche al centro di altre mie canzoni, come Panama. Esprimevo il senso della difficoltà di arrivare a qualche cosa, anche se devo ammettere che La luce sull’insegna della sera dà voce a questo tema in maniera più visionaria e complessa. Ho immaginato la luce come guida e speranza contro il giorno che volge alla sera, contro il buio che sta arrivando. Anche lessicalmente, mi piaceva molto la contrapposizione tra i due termini, “luce” e “sera”, già presenti nel titolo. Un pezzo totalmente metaforico è, invece, C’è un uomo nel mare. Il testo si fonda su immagini semplici, leggibilissime: oggi lo riscriverei con maggiore profondità.

Un altro classico è La costruzione di un amore…
Una canzone che ha navigato fino ad oggi, perché possedeva una forza straordinaria, che né io né Mimì immaginavamo allora.

Si dice che il testo di Canto alla luna rifletta quella situazione di disagio, che Mimì stava vivendo in quel periodo, per via delle solite, orrende dicerie: “io che tristezza o non tristezza ho cantato/ ancora non vedo dove ho sbagliato…”.
C’erano indubbiamente delle difficoltà… Nell’interpretazione di un testo, bisogna comunque tener conto che non esiste nulla di più “spugnoso” della scrittura di un lavoro musicale. Tutto quello che c’è all’esterno filtra all’interno: ma filtrano anche le interpretazioni. Dunque, non mi stupisce che Mimì abbia dato una lettura così personale di questa canzone. È come se, tra interprete e autore, si verifichi una profonda osmosi: parole mie che diventano più sue, che acquistano maggiore significato nell’essere ritrasmesse da lei. Questo succedeva spesso con Mimì e, in generale, con gli interpreti più profondi: quelli che hanno uno spessore umano tale da arricchire o completare il significato dato alle parole degli altri.

Chiarito il mistero di Vola, le sottoporrei il caso di E non finisce mica il cielo. È vero che era stata proposta anche a Mina?
Sì, forse all’inizio c’era stato un tentativo, seppur blando, di farla ascoltare a Mina, prima che Mimì se ne innamorasse. Il buon Galanti ci fece preparare un provino. Una cosa semplicissima, per piano e voce. Capimmo subito che era una canzone più adatta a Mimì. Mi ricordo che scomodai un bravissimo arrangiatore d’orchestra, Farinatti, che ormai non lavorava più per la discografia. Ricordo che inserì nelle partiture degli archi delle citazioni di carattere romantico, riconducibili al tardo Ottocento e ai primi del Novecento. Rimasi molto soddisfatto del risultato, perché la musica riusciva a caratterizzare bene l’atmosfera del brano, rendendo l’arrangiamento una sorta di unicum in una stagione musicale già dominata dalla musica elettronica.

Per quel pezzo nacque il Premio della critica, oggi Premio Mia Martini…
E non finisce mica il cielo era una canzone che non poteva vincere Sanremo. Nessuno di noi si aspettava un risultato simile. Tuttavia ci regalò grandi soddisfazioni, perché piacque sia agli intenditori sia al grande pubblico. Fu uno degli episodi più fortunati della nostra collaborazione.

Pensaste mai di accarezzare l’idea di un duetto vero e proprio, ovvero qualcosa di più corposo delle partecipazioni vocali già note?
Pensavamo di avere chissà quanto tempo dinanzi a noi, invece… È pur vero che siamo stati frenati da alcuni aspetti inevitabili della nostra vicenda umana. Se fossimo stati solo amici, forse sarebbe stato possibile. Abbiamo sempre temuto che, per la natura del nostro rapporto, un esperimento di questo genere potesse risultare ambiguo. Un vero peccato. Sarebbe stato facilissimo…

Un brano Martini-Fossati ingiustamente sottovalutato è Vecchio sole di pietra, inciso nel 1982.
Una rarità. Una delle pochissime occasioni in cui mi sono prestato a scrivere non il testo ma la musica di una canzone. Tra l’altro, una sola parte, perché già esisteva un’idea musicale di Mimì che ho successivamente sviluppato.

La versione di Vedrai, vedrai di Tenco, incisa live nell’album “Miei compagni di viaggio”, con il suo accompagnamento al pianoforte, è annoverata dalla critica fra le migliori…
Condivido per quanto concerne la parte vocale. Per la parte musicale… (ride). Ricordo che la provammo una sola volta, a casa di Mimì, su un piccolo pianoforte verticale bianco, prima di uscire per andare in teatro, al Ciak di Milano, dove registrammo l’album. Una cosa tentata all’ultimo momento, con le borse in mano. Mi ricordo che ci guardammo dicendo: “Ma ci ricorderemo?”. Insomma, meno provata di così non si poteva. Ma devo dire che con Mimì il rischio di sbagliare non si poneva: non l’ho mai vista consumarsi in mesi di prove.

Mimì ha dichiarato di essere diventata cantautrice anzitutto in risposta alle sue sollecitazioni…
Sì, è probabile, anche se non penso di essere stato il solo responsabile di questa metamorfosi. Di certo, l’ho stimolata a scrivere. Lei era consapevole di essere una grande interprete e questo l’aveva, secondo me, distolta dall’idea di potersi scoprire un giorno come autrice. Me la ricordo quando, in un paio di occasioni, provò timidamente a costruire una canzone: iniziò con pezzettini di parole, piccoli frammenti che, a poco a poco, crescevano, dando voce alla melodia. Ma, ripeto, non lo ritengo un merito esclusivamente mio. È stata una fase della sua carriera alla quale penso che sarebbe arrivata anche da sola. Era una donna di un’intelligenza talmente viva che non vedo come avrebbe potuto trattenersi dal fare una cosa del genere. Era troppo curiosa.

L’ultimo album di Mimì parla di Fossati nel titolo ufficiale (“La musica che mi gira intorno”), nel titolo alternativo (Per niente facili) e nelle tre canzoni riprese dal suo repertorio (I treni a vapore, La musica che gira intorno, La canzone popolare). Che ricordo ha di quel suo ultimo disco?
Ah, un album stupendo! Realizzato e interpretato meravigliosamente. Mi ricordo che in quel periodo mi trovavo a Modena, in uno studio di registrazione, con Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Mimì venne a trovarci portandoci un nastro con alcuni dei pezzi che aveva già registrato. Ricordo De André commosso dopo aver ascoltato Hotel Supramonte. Fabrizio è stato un ammiratore sincero di Mimì. Un ammiratore totale, innamorato della sua arte, ma soprattutto della sua umanità.

E della rivisitazione dei suoi tre brani in quel disco cosa pensa? Le dissi che per me lei non incideva più canzoni, ma dipingeva dei quadri…


Intervista del Prof. Menico Caroli pubblicata su "L'isola che non c'era" nel 2005


Il video di "Vedrai vedrai" live Mia Martini voce-Ivano Fossati piano
http://www.youtube.com/watch?v=sfU0QBzVVIA

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1 commento:

Pasquale Davinogiovannettiparide ha detto...

si e na stronzata che mimi sia morta cosi ma